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martedì 7 febbraio 2017

«Un pò» sbagliato? E perché?

Un articolo di Salvatore Claudio Sgroi *


Nel recentissimo "Zanichelli Junior. Vocabolario di italiano" alla fine del lemma "poco" il simbolo minaccioso (si direbbe) di una bomba con miccia accesa avverte: «Non si scrive mai con l'accento ('pò') ma solo con l'apostrofo (po')». Il «non si scrive mai» ha in realtà valore imperativo prescrittivista [= 'non si deve mai scrivere'] e non già assertivo-descrittivo perché invero si trova spessissimo scritto "un pò" con l'accento.
Tale "norma" (uso cioè riconosciuto e approvato), è confermata ne "La Grammatica italiana" della Treccani: «La grafia corretta è "un po’" con l’apostrofo». Dove si aggiunge la motivazione del giudizio di correttezza: «perché la forma "po’" è il risultato di un troncamento di 'poco'"».
Qui il "perché" coincide con (1.a) la regola seguita dallo scrivente, alla base della grafia giudicata corretta. Non viene invece esplicitato (2) il criterio alla base del giudizio di scorrettezza della grafia "un pò". E non viene neppure individuata (2.a) la regola (inconscia) alla base della grafia "un pò", diffusissima, ma giudicata "errata".
È invero essenziale distinguere i due punti di vista. La regola (1.a) tradizionale alla base dell'uso corretto è quella del troncamento della sillaba in "po[co]", indicata dall'apostrofo ("po' "). Ed è una regola diacronica, etimologica: il parlante deve pensare alla derivazione di “po'" da "poco”.
Invece la regola (2.a) inconscia, automatica del parlante alla base di "un pò" è sincronica e fonologica. Il parlante pronuncia [umpò] "un pò" (come “popò”) e non già [*ùmpo] [*ùn po]. Il segmento «po'» (derivante da "poco"), monosillabo, a differenza di "poco", non si trova mai da solo; ed è sempre legato a «un», formando un'unica parola bisillabica, tronca.
Secondo la fonologia e (orto)grafia dell'italiano tutte le parole tronche sono indicate con il segnaccento sulla sillaba finale (es. "popò" ecc.). Una regola ortografica, questa, ben radicata nella coscienza linguistica del parlante. Infatti su circa 2.700 parole accentate sull'ultima sillaba, registrate in un dizionario di circa 130mila lemmi come quello del compianto Tullio De Mauro, quelle che invece prevedono l'apostrofo sono appena 28 (ovvero l'1%). La pressione strutturale del 99% delle parole con (segn)accento sull'ultima sillaba, spiega quindi la grafia "un pò" anche presso parlanti colti. E anche in "a mò di" (censurata), e in "a piè di" invece eccezione normativamente ammessa.
Se queste sono le due diverse regole alla base di "un po'" e "un pò", perché mai l'Uso (1) "un po' " generato dalla regola (l.a) è giudicato corretto rispetto all'Uso (2) "un pò" della regola (2.a)? Direi che alla base di tale giudizio è l'adozione di "un po'" nelle scritture colte e super-controllate. Tale uso trova però la concorrenza di "un pò" anche presso moltissimi altri parlanti. La stessa Treccani ricorda la presenza "nei blog e nei forum, [...] in comunicati stampa, report aziendali e brochure pubblicitarie", in "tesi e tesine", in SMS. La "Enciclopedia dell'italiano" (Treccani) rileva ancora che è "frequentissimo nelle scritture, anche in quelle mediamente formali e professionali" (p. 1644). E, aggiungiamo, in scrittori di rilievo. Per es. in Dino Campana («cogli occhi neri un pò tristi»). O in Fenoglio e Salgari. In rete si troveranno altri esempi illustri. A questo punto, "un pò" di "ristandardizzazione" non farebbe male a grammatici e dizionari, che dovrebbero riconoscere la legittimità di "un pò".


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

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