Visite dal primo febbraio 2017

lunedì 25 settembre 2017

Il piú presto e il solecismo


Il piú presto possibile o al piú presto possibile? Questo dilemma tormenta da tempo alcuni nostri amici, da quando hanno notato che la televisione pubblica e alcune emittenti private non concordano circa la grafia contenuta in un videogramma che annuncia la ripresa delle trasmissioni. La prima scrive: “Le trasmissioni riprenderanno ‘il’ piú presto possibile”; le altre, invece, “Le trasmissioni riprenderanno ‘al’ piú presto possibile”. A questo punto, ci domandava e si domandava un amico: “Dando per corretta la prima versione, dovrò dire che il lavoro riprenderà ‘l’alba?”. Sciogliamo subito il dubbio: entrambe le versioni sono corrette. E facciamo anche la “prova del nove”: si può dire “le trasmissioni riprenderanno ‘il’ piú presto possibile” perché si può dire “le trasmissioni riprenderanno ‘il’ 20 novembre”; si può dire, altresí, “le trasmissioni riprenderanno ‘al’ piú presto...” perché non è errato dire “le trasmissioni riprenderanno ‘alle’ 16.30”. Non esiste, dunque, una norma grammaticale, è solo questione di gusto. L’avverbio di tempo “presto” nella forma del superlativo relativo diventa una locuzione avverbiale che può essere introdotta tanto dall’articolo “il” quanto dalla preposizione articolata “al”. Personalmente preferiamo “al” perché il complemento di tempo determinato è introdotto, generalmente, dalle preposizioni “a”, “in”, “di”, “su”, “circa”: verrò da te “alle” 17.00; le rose sbocciano “a” maggio; sarà qui “in” cinque minuti. “Al piú presto possibile” rispecchia fedelmente, per tanto, il predetto complemento di tempo determinato che... “determina”, appunto, sia pure approssimativamente, il tempo o il momento in cui l’azione espressa dal predicato si è svolta o si svolgerà. Si riconosce facilmente perché risponde alle domande sottintese “quando?”, “in che momento?” ed è rappresentato da un nome o da un’altra parte del discorso preceduta dalle preposizioni su accennate. Può essere rappresentato anche da un solo avverbio (oggi, domani, ieri) o da una locuzione avverbiale (lí per lí). Può essere anche espresso, in alcuni casi, da un sostantivo preceduto dall’articolo: il pomeriggio; la sera; il mattino. Sono errate, quindi (anche se alcuni vocabolari...), le espressioni “alla sera” per la sera; “al mattino” per il mattino; “al pomeriggio” per il pomeriggio e via dicendo.

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Il termine solecismo non è - come il suffisso “-ismo” farebbe pensare - una disquisizione filosofica sul... sole; il vocabolo, da non confondere con il barbarismo, è un grossolano errore di grammatica, di pronuncia e di sintassi. Proviene, manco a dirlo, dal greco “soloikismòs”, derivato dalla città di Soli, in Cilicia, dove si parlava un greco assai scorretto. I Greci, dunque, chiamarono “solecismi” tutte quelle parole che nella pronuncia, nella grafia e nei vari costrutti non rispecchiavano la “purezza” della lingua. Il termine è poi giunto a noi con lo stesso significato: grossolano errore. Sono solecismi, vale a dire veri e propri errori, per esempio, “piú meglio”, “a gratis”, “vadi”, “venghi”, “un’uomo”, “coscenza”, “soddisfando”, “stassi”, “se mi darebbero”, “ce n’è molti”, “la meglio cosa”, “qual’è”, “ci ho detto”, “gli uovi”, “è bello come tu”, “autodròmo”. Potremmo continuare ancora essendo molti i solecismi riferiti alla pronuncia: “zàffiro” in luogo di “zaffíro”; “rùbrica” invece di “rubríca”; “leccòrnia”  in luogo di “leccornía”; “guàina” in luogo di “guaína”; “mòllica” invece di “mollíca”; “pesuàdere” al posto di “persuadére”. Potremmo andare avanti, ma non vogliamo tediarvi oltre misura e offendere i vari “oratori” che dai numerosi salotti televisivi ci “propinano” i loro sfondoni immortalati anche nei libri,  che le persone accorte in fatto di lingua non compereranno mai.  

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 E sempre per la serie "la lingua biforcuta della stampa"



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Cosí titolava un quotidiano in rete. Per i titolisti del giornale "imporre" è sinonimo di "esporre"?



domenica 24 settembre 2017

Dal 11 o dall'11?


La Repubblica in rete porta a conoscenza dei lettori che, in collaborazione con l'Accademia della Crusca, torna in edicola la  collana l'Italiano, e nel calendario delle uscite leggiamo:
dal 11 Novembre 2017
Giornali, radio e tv: la lingua dei media
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Ci piacerebbe sapere se l'orrore che grida vendetta, "dal 11 novembre", è da imputare ai redattori del giornale o, cosa che riteniamo poco probabile, ai responsabili dell'Accademia. È il caso di ricordare - ai lettori poco ferrati in lingua italiana -  che la grafia corretta è "dall'11 novembre". Gli articoli (e le preposizioni articolate) vanno usati secondo le normali regole della lingua. 11 non è altro che la grafia in cifre che corrisponde a "undici" e la norma grammaticale prevede l'articolo (e la relativa preposizione articolata) apostrofato davanti ai sostantivi che cominciano con una vocale e "undici" è, appunto, uno di questi. Scriveremo, quindi, l'11 novembre e dall'11 novembre.

sabato 23 settembre 2017

L'accento sulla "i": acuto o grave?


L'Accademia della Crusca e la Repubblica propongono una nuova collana dell' Italiano «che ti farà innamorare della nostra lingua». La Crusca ha preparato, per l'occasione, altri "test" per «mettere alla prova la tua conoscenza   dell'italiano e sfidare i tuoi amici». Noi ci siamo cimentati, ma siamo caduti sulla quarta domanda perché abbiamo risposto che la "i" di mercoledí  prende l'accento acuto e non grave come sostiene chi ha redatto le domande. La cosa ci lascia non poco perplessi perché l'illustre glottologo Aldo Gabrielli (ma non solo Lui) scrive nel suo Dizionario Linguistico Moderno: «... il suo suono (la "i") è sempre chiuso, e in sillaba tonica la accenteremo quindi sempre acuta: finí, gaggía (...)» (pag. 326).
Questo il "test".

venerdì 22 settembre 2017

Usi corretti di "no" e di "non"

Sempre per la serie "la lingua biforcuta della stampa"

Da un quotidiano in rete:

Germania al voto, con chi governerà Angela Merkel? Scenari di coalizione (possibili e non)

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In buona lingua italiana (non cispadana) l'avverbio negativo "non" non può stare mai da solo, deve essere seguito, necessariamente, dal termine che "nega". Il titolo corretto, quindi, avrebbe dovuto recitare "(possibili e non possibili)" oppure "(possibili e no"), adoperando l'avverbio olofrastico.  Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'argomento.

Gli avverbi di negazione "no" e "non" hanno usi nettamente distinti; non si possono adoperare "ad capochiam" o ricorrendo al lancio della monetina: testa "no", croce "non". Il primo ( "no" ) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche (dal greco "hòlos", intero e "phrazo", dichiaro) le quali riassumendo in sé un’intera frase debbono essere sempre isolate e in posizione accentata; non debbono, cioè, essere seguite da altra parola: vieni o no? Risulta evidente, dall’esempio, che il "no" è olofrastico in quanto sottintende (e la riassume) la frase "o non vieni?". Il secondo avverbio ( "non" ) non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni? A questo punto vediamo - per maggiore chiarezza - che cosa significa "posizione proclitica". Si dicono "proclitiche" (dal greco "pro", davanti, prima) quelle particelle atone che si appoggiano nella pronuncia (quindi nell’accentazione) alla parola che segue. Sono proclitiche, ad esempio, tutte le particelle pronominali messe prima del verbo in quanto si pronunciano "unite" al verbo: Giovanni ’mi’ ha parlato. Non seguite, quindi, le “malelingue” della carta stampata e no che scrivono e dicono, per esempio: amici e nongli addetti ai lavori e noncantanti e nonesperti e non e simili. Tutti questi “non” sono errati e vanno sostituiti con “no” per la “legge linguistica” su menzionata.

Vediamo, anche, cosa dice l'Accademia della Crusca:

(...) L'avverbio negativo olofrastico (detto così perché, da solo, costituisce un'intera frase) in italiano è soltanto no. L'uso tradizionale richiede dunque o no in coordinate disgiuntive ridotte appunto alla sola negazione olofrastica. Gli esempi sono numerosissimi, antichi e moderni: da Dante («non disceser venti / o visibili o no» Paradiso, VIII, 22-23) al recente modulo giornalistico o no?, come «domanda dubbiosa a conclusione di un discorso apparentemente sicuro (Parigi val bene una messa! o no?)» (cfr. M. Cortelazzo - U. Cardinale, Dizionario di parole nuove 1964-1987, Torino, Loescher, 1989, p. 171). Lo stesso si dica di altri costrutti omologhi: e no (si pensi al romanzo di Vittorini Uomini e no), perché no, come no, se no oltre all'ormai raro anziché no (...)


giovedì 21 settembre 2017

La «mineraliera»


Ancora sulla lingua biforcuta della stampa
Cosí titolava, in prima pagina, un quotidiano in rete. Stupiti nel leggere l'aggettivo "mineraliera" perché - lo confessiamo - non l'avevamo mai sentito abbiamo spulciato tutti i vocabolari in nostro possesso (dizionari in rete inclusi) constatando che l'aggettivo in questione non è nel  lemmario. Quando si adopera una parola inesistente, in questo caso mineraliera, è bene - secondo il nostro modesto parere e, oseremmo dire, secondo la "deontologia linguistica" -  scriverla in corsivo o virgolettarla per avvertire chi legge che si tratta, per l'appunto, di un termine coniato appositamente.
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Un interessante articolo dell'Accademia della Crusca sull'origine della forma "spa" (non si tratta di "Società per Azioni").
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Viepiú o vie piú - si presti attenzione alla corretta grafia di quest'avverbio che significa sempre più. In grafia univerbata (viepiú) non raddoppia la "p". Il primo elemento, vie (un'alterazione dell'antico avverbio via)adoperato come rafforzativo dei comparativi non richiede il raddoppiamento sintattico della consonante che segue perché dopo "vie" non è sottintesa la congiunzione "e"; questa, infatti, richiede il raddoppiamento (seppure, semmai).

mercoledì 20 settembre 2017

La negazione "mica"



Da "domande e risposte" del sito Treccani:
Nell'italiano scritto è possibile inserire in una frase una doppia negazione? (es. non sono mai stato a Londra, non ho mai visto il mare, non si è mai visto nessuno fare una cosa di questo genere).
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È possibile perché l’italiano è una lingua a negazione multipla (o a concordanza negativa). Ciò significa che la presenza di un altro elemento negativo oltre a non, come niente, nulla, nessuno, mai, neanche,nemmeno, neppure, né, mica, non è interpretata come una doppia negazione (che equivarrebbe a un’affermazione di verità), come invece succede in logica.
La presenza o assenza di non con un secondo elemento negativo di quelli appena citati è regolata da  queste due restrizioni: 1. se gli elementi negativi seguono il verbo, il non è obbligatorio (non ne sapevo niente); 2. se gli elementi negativi precedono il verbo, il non è escluso (mica lo sapevo).
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A proposito di "mica". Vincenzo Ceppellini scrive, nel suo dizionario (pag. 302), "(...) si deve però usare sempre con la negazione [Non dirai dunque: mica l'ho chiamato; ma non l'ho mica chiamato] (...). Dello stesso avviso Aldo Gabrielli (Dizionario Linguistico Moderno, pag. 402), "smentito", però, dai ritoccatori del suo pregevole vocabolario. Chi scrive, ovviamente, segue e consiglia le indicazioni dell'illustre Maestro, non quelle dei suoi revisionisti. Sull'argomento riproponiamo un nostro vecchio intervento.

Mi chiamo Mica, e voglio raccontare la mia storia a coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Sono di origini nobili discendendo dal latino mica, micae che significa briciola (di pane), pizzico, granello. All’anagrafe risulto sostantivo ma gli eventi della vita mi hanno ridotto ad avverbio e io, questo, non lo sopporto, quindi, quando mi si presenta l’occasione mi prendo una bella rivincita diventando... scomodo per chi mi usa. Cerco di spiegarmi meglio.
Come ho detto sono nato sostantivo. Un giorno, non ricordo quando con esattezza, alcuni mascalzoni, affossatori della lingua, mi portarono di peso in una località a me sconosciuta (oggi potrebbe essere la Casablanca della lingua) e mi sottoposero a un intervento chirurgico: da quel momento la mia vita fu, e lo è tuttora, un inferno. Da sostantivo, quale orgogliosamente ero, divenni un avverbio improprio e mi costrinsero, mio malgrado, a negare: sono adoperato, infatti, come negazione.
Quante volte, cortesi amici, avete sentito dire, o dite voi stessi, frasi del tipo: mica scemo l’amico, usando quest’espressione per mettere in evidenza la non scemaggine dell’interlocutore? Bene. Anzi male. Non avete negato un bel nulla: il vostro amico, stando alla lingua, un po’ scemo lo è, quindi si dovrebbe risentire.
Perché? Perché io, Mica, per avere valore di negazione debbo essere preceduto, e lo esigo, dall’altra negazione non: da solo non nego un bel niente. L’operazione coatta, quindi, non è servita a nulla; anche se alcuni sedicenti scrittori mi adoperano assoluto, come avverbio di negazione. Poiché molti non sanno, appunto, che senza il non non nego nulla mi prendo le mie belle rivincite.
Sentite cosa ho fatto un giorno, e fatene tesoro se non volete che un’avventura simile capiti anche a voi. Un mio conoscente ricevette una telefonata da un amico lontano. Io, avendo immediatamente intuito le intenzioni del conoscente, detti repentinamente un calcio al non così, alla fatidica domanda come stai?, questi rispose mica male. L’interlocutore – un mostro in fatto di lingua – si precipitò all’aeroporto e prese il primo aereo in partenza per andare a trovare l’amico che aveva una briciola di male.
Sì, gentili amici, avevo fatto in modo, facendo scomparire il non, che il mio conoscente avesse dato l’impressione di non sentirsi troppo bene: aveva un po’ di male, un pizzico di male. Adoperato da solo ridivento, infatti, sostantivo con il significato originario: granello, briciola, pizzico.
Vi ho raccontato questa storiella, amici, perché sono veramente stanco di essere usato a sproposito. Ricordatevi, perciò, che esigo sempre la negazione non, in questo modo mi rifaccio dell’operazione coatta che ho dovuto subire.
Non vi sarete mica offesi? Spero di no. Vi ringrazio dell’attenzione che mi avete prestato e vi lancio un appello: non seguite la moda di certi scrittori che credono di potermi adoperare a loro piacimento. Si sbagliano di grosso; anch’io ho la mia personalità, e l’ho dimostrato. Se voglio, dunque, posso diventare un avverbio oltremodo scomodo. A chi conviene?
Grazie ancora e a risentirci.
Il vostro amico Mica

lunedì 18 settembre 2017

Campare (o vivere) di lucertole


Probabilmente il modo di dire è sconosciuto ai piú perché di uso non comune. L'espressione si adopera nei confronti di una persona molto magra. Perché? Perché secondo la credenza popolare questi animaletti fanno dimagrire. La persona molto longilinea, quindi, dà l'impressione che si nutra esclusivamente di lucertole, in senso figurato, naturalmente. Questa locuzione di origine popolare e contadina sembra sia nata dall'osservazione degli animali, dei gatti randagi in particolare. Questi felini randagi di campagna si nutrono di piccole prede, tra cui, appunto, le lucertole. Questo tipo di carne, comunque, non è assimilabile in quanto conterrebbe una sostanza molto tossica che induce al vomito o, per lo meno, compromette la digestione.

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Ancora un verbo - a nostro modo di vedere - adoperato, molto spesso, impropriamente e con l’avallo di buona parte dei vocabolari. Stiamo parlando del verbo procurare, il cui significato proprio è “ottenere”, “fare avere”, “procacciare” e simili: ti procurerò il denaro necessario per il viaggio. Alcuni lo adoperano dandogli un significato che, ripetiamo, a nostro avviso non ha: “causare”, “provocare”, “arrecare”, “cagionare” e simili. Si legge, spesso, sulla stampa: «L’alluvione ha procurato ingenti danni al tetto», oppure «L’ansia gli ha procurato intere notti in bianco». In casi del genere i verbi appropriati si possono scegliere tra quelli su menzionati, vale a dire “arrecare”, “provocare”, “causare” ecc.

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Mogio e moggio - si presti attenzione a questo termine perché cambia di significato secondo la grafia. Con una sola "g" è un aggettivo e vale avvilito, abbattuto e simili: è rientrato mogio. Per quanto attiene al plurale femminile alcuni vocabolari ammettono tanto mogie quanto moge. A nostro modo di vedere è preferibile la prima forma (mogie) per rispettare la regola del plurale dei nomi (e degli aggettivi) in "-gia" (e "-cia")*. Con la doppia "g" è un sostantivo e indica un'antica unità di misura agraria: due moggi di granoturco. Ha due plurali, uno regolare maschile, moggi, e uno irregolare femminile, moggia.

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* Si veda qui.


domenica 17 settembre 2017

Il "Battaglia" in rete

Per gli amatori del bel parlare e del bello scrivere (ma non solo) il grande vocabolario della lingua italiana di Salvatore Battaglia sarà presto consultabile, gratuitamente, in rete.  Qui, la notizia.

sabato 16 settembre 2017

Mancanza o assenza?


Sì, abbiamo proprio deciso di attirarci gli strali dei linguisti e dei vocabolaristi condannando, senza appello, la voce assenza nell'accezione di mancanza: per assenza di elettricità l'ascensore è fuori servizio. L'assenza, potremmo dire, è la non presenza, e la presenza — a nostro modesto avviso — si riferisce a una persona non a una cosa. L'assenza, insomma, è la mancata presenza o lontananza da un luogo in cui una persona dovrebbe essere o si trova di solito. L'assenza, insomma, non può essere sinonimo di 'penuria', 'difetto', 'scarsità', 'deficienza', 'mancanza' e simili. Non diremo, per esempio, gli sportelli sono chiusi per assenza di collegamento alla rete, ma correttamente, per mancanza di collegamento. Sembra che il Tommaseo-Bellini ci dia ragione.
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La parola proposta da questo portale: sparnicciare. Verbo: spargere, sparpagliare e simili.

venerdì 15 settembre 2017

Il "terrone" e il "polentone"



Un'interessante spiegazione - dell'accademia della Crusca - sull'origine dei due termini.
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Trombista? Sí, il maestro sonatore di tromba
Dal Treccani "Domande e risposte"
Tutti i vocabolari concordano nel definire "trombettista" il musicista che suona la tromba. Il termine mi sembra quasi offensivo essendo un derivato di trombetta. La... trombetta, infatti, indica la "tromba per bambini". A mio modo di vedere il maestro sonatore di tromba si deve chiamare, correttamente, "trombista", da "tromba" più il suffisso "-ista". Questo suffisso indica, infatti, la persona che segue una determinata attività. Se da chitarra abbiamo "chitarrista", da violino "violinista", da batteria "batterista" ecc. non si capisce per quale illogico motivo non si possa dire "trombista".
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Accogliamo con piacere questo logicistico suggerimento di un attento e creativo lettore-autore di proposte neologiche. Lo accogliamo consapevoli che, nell’uso, da tempo, è adoperato, per metonimia, tromba nell’accezione di ‘suonatore di tromba’ (la prima tromba dell’orchestra della Scala), mentre trombettiere, con altro suffisso, si riferisce a chi, nelle forze armate, dà i segnali con la tromba.
Forse oggi potrebbe ostare all’uso di trombista la collisione omofonica con la parola volgare che indica ‘chi tromba’.
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Poiché e poi che - entrambe le grafie sono corrette, sebbene sarebbe... bene fare un distinguo. Adopereremo la grafia analitica (due parole) quando questa  congiunzione  subordinante introduce una proposizione temporale acquisendo l'accezione di "dopo che": poi che si vide scoperto il ladro non oppose resistenza alle forze dell'ordine. In grafia univerbata (una sola parola) allorché introduce una proposizione causale: poiché si era comportato male, il ragazzo fu aspramente rimproverato dall'insegnante.

giovedì 14 settembre 2017

La prognosi


Sempre per la serie la lingua biforcuta della stampa

Insistiamo: la prognosi non è un reparto ospedaliero, come lo sono, per esempio, "cardiologia", "ortopedia" ecc.,  ma la "previsione" circa la durata e l'esito di una malattia o di un trauma. Leggiamo dal Treccani:

 prògnoi s. f. [dal gr. πργνωσις «previsione», poi «prognosi», der. del tema di προγιγνσικω «conoscere prima, prevedere»; lat. tardo prognōsis]. – 1. In medicina, previsione sull’ulteriore decorso e soprattutto sull’esito di un determinato quadro morboso in esamefareformulare una p.; pesattaerrataindovinare, sbagliare la p.; pimmediata, quella che si riferisce all’evoluzione prossima del quadro morboso in atto; plontana, quella riguardante l’esito finale (con terminologia latina, prognosi quoad vitam, relativa alla vita del paziente, che comprende la pimmediata e la plontana; e pquoad valetudinem, che riguarda la capacità di recupero funzionale dell’organismo); pbenigna (o fausta), riservata (cioè sospesa, che non si pronuncia), infausta, non benigna.

Da un quotidiano in rete:
Il titolo in oggetto, dunque, è errato e grida vendetta. La bimba è stata ricoverata (in ospedale) con prognosi riservata.

mercoledì 13 settembre 2017

"Spigolature linguistiche" (2)


Mettere in guardia – l’espressione significa avvisare qualcuno di guardarsi da persone o da cose dalle quali potrebbe averne un danno e si costruisce, per tanto, con la preposizione da, non su: Paolo ha messo in guardia Giovanni dai risultati che otterrebbe se intraprendesse quella strada. I giornali non rispettano questa "regola" e scrivono su. Se amate la lingua...

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L’articolo, come recitano i vocabolari e le grammatiche, è “quella parte variabile del discorso che determina e distingue il nome o il pronome a cui è unito”. Alcune volte, però, il suo uso è superfluo e va a discapito della “scorrevolezza” dei nostri scritti: sta alla nostra “sensibilità linguistica”, dunque, l’uso dell’articolo. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni casi in cui l’articolo (superfluo) appesantisce il discorso. In corsivo l’articolo superfluo. L’oratore ha parlato in un modo meraviglioso; nel nostro Paese la caccia è quasi esclusivamente praticata  allo  (a) scopo di diporto; l’insegnante aveva da fare con degli alunni incorreggibili; l’uomo rapito e tenuto prigioniero per sei mesi non ebbe che del pane e dell’acqua; il giovane arrestato ha confessato ai giudici delle cose da fare inorridire; quel ragazzo aveva delle orecchie enormi, che lo rendevano veramente ridicolo; gli ospiti stranieri hanno voluto rendere un omaggio ai nostri Caduti; tutto ciò fu una mera illusione.

  

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 Due parole due sull’uso corretto di qualunque perché non sempre è adoperato... correttamente. Qualunque, dunque, è un aggettivo indefinito di quantità  e significa l’uno o l’altro che sia. È invariabile e non si può adoperare in funzione di pronome (il pronome corrispondente è chiunque). Essendo invariabile non ha plurale;  non è “ortodosso”, quindi, scrivere o dire, per esempio: non mi convincerete mai, qualunque siano le vostre motivazioni. Un verbo di numero plurale (siano) non può riferirsi a un singolare (qualunque). In casi del genere si sostituisca qualunque con quali che (siano le motivazioni). Alcuni vocabolari ammettono, sia pure raramente, l’uso al plurale, in questo caso, però, sempre posposto al sostantivo. Un’ultima annotazione. Qualunque si può adoperare anche in funzione di aggettivo relativo unendo due proposizioni e il verbo che segue va al congiuntivo (popolare l’uso dell’indicativo). In quest’ultimo caso è grave errore farlo seguire dal pronome “che” (essendo insito in qualunque). Non, quindi: voglio sapere qualunque cosa che voi facciate, ma, correttamente, “qualunque cosa facciate”.



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Metro cubo o metro cubico? Secondo alcuni “sacri testi” entrambe le forme sono corrette. A nostro avviso la sola forma corretta è metro cubo: cinque metri cubi. Il metro cubo è un’unità di misura di volume, pari a un cubo che ha lo spigolo di un metro. Donde salta fuori quel “cubico”? Lo stesso discorso per metro quadrato. Non si dica, quindi, cinque metri quadri (come si sente e si legge spesso) ma cinque metri quadrati.



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 Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.



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A coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere ricordiamo che la preposizione “su” si costruisce direttamente senza l’ausilio della sorella “di”, tranne che con i pronomi personali dove la preposizione “di” può essere o no espressa (dipende dal gusto personale). Scriveremo e diremo, quindi: il pappagallino è stato ritrovato “su” una casa diroccata (non: su di una casa); faccio affidamento “su di” te (ma anche: su te).

  

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È alquanto inutile - come molti fanno - far seguire il verbo "aggiungere" da "anche": aggiungere anche del pomodoro. Il suddetto verbo sta pure per anche; come per quindiinoltre, ancora.



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Sempre sulla lingua biforcuta della stampa:


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Dal titolo del giornale in rete apprendiamo - non lo sapevamo, data la nostra crassa ignoranza - che da un'inchiesta si può essere assolti.  Sapevamo che si può essere assolti da un'accusa, non da un'inchiesta. Da un'inchiesta si...  "esce". Non sarebbe stato meglio, al fine di non ingenerare  una "confusione linguistica", titolare "... assolto nell'inchiesta che..."?

martedì 12 settembre 2017

Miscellanea

ALCUNE osservazioni - che non tutti i sacri testifanno - sulluso corretto dellaggettivo indefinito qualche. Cominciamo con il dire che è solo singolare e che si antepone al sostantivo cui si riferisce: Giulio non è ancora tornato, sarà andato a fare qualchecommissione urgente. Preceduto dallarticolo indeterminativo (un, una) al costrutto un valore” enfatico: ti prego, dammi ‘una’ qualche notizia su quellaffare. In proposizioni negative è errato – come molti fanno, alla testa i cosí detti mezzi di comunicazione di massa dargli il significato di alcuno, “nessuno”: non ho mai avuto qualche dubbio in proposito. In buona lingua si dirà: non ho mai avuto ‘nessun’ (alcun) dubbio in proposito. È altresì errato sempre come fanno alcuni dargli il significato di qualunque”: cè lo sciopero dei mezzi di trasporto ma raggiungi il posto di lavoro in qualche modo. Diremo, correttamente: in qualunque’ modo.

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SEMPRE a proposito della lingua biforcuta della stampa, ci piacerebbe sapere quando e in quali circostanze il sostantivo maschile "ente" si è sottoposto a un'operazione chirurgica per il cambio di sesso. Titola, infatti, un settimanale in rete:  Eni indagata per corruzione in Congo. L'acronimo ENI non sta per "Ente Nazionale Idrocarburi"? Ente, dunque, non è maschile? Come si spiega quel femminile "indagata"? Ringraziamo fin d'ora chi saprà illuminarci in merito.
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FORSE non tutti sanno che il verbo transitivo "perseguire", della terza coniugazione, oltre alla coniugazione normale segue, in alcuni tempi, anche quella incoativa, inserendo l'infisso "-isc-" tra la radice (o tema) e la desinenza: io perseguo o io perseguisco.  Ha due significati che non  sarebbe azzardato definire "antitetici": 'dare la caccia', quindi perseguitare e 'mirare a', 'attendere a', quindi raggiungere uno scopo.
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A PROPOSITO di maltempo in Florida, tutti i "dicitori" dei vari radiotelegiornali pronunciano il nome dello Stato con accentazione sdrucciola, vale a dire con l'accento sulla "o" (Flòrida), ma in lingua italiana (siamo in Italia?) la pronuncia è piana, l'accento, quindi, deve cadere sulla "i": Florída.