Visite dal primo febbraio 2017

domenica 31 dicembre 2017

Divisa "da" o divisa "di"?



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Questo titolo di un quotidiano in rete contiene un errore che grida vendetta: in divisa DA Ss. La preposizione corretta, da usare, è "di": divisa DI Ss. Si tratta di un normalissimo complemento di specificazione. La preposizione "di" specifica, infatti, di quale divisa si tratta. Diamo la "parola" al Treccani: «[...] Abito di foggia e colore particolare che viene indossato dagli appartenenti a una determinata categoria, perché siano facilmente distinguibili e riconoscibili; livrea, uniforme. Oggi, il termine designa più comunem. l’uniforme militare o di corpi militarizzati, di forze di polizia, e sim.: indossare la d., presentarsi in d.; onorare la propria d.; d. di ufficiale di fanteria; d. di aviere; la d. dei marinai, dei bersaglieri; d. di vigile urbano, di vigile del fuoco, di guardia giurata, ecc.; più raramente, l’uniforme di altre organizzazioni, di una società, di un corpo, ecc.: d. di accademico, di collegiale, di portiere [...]».


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Un'altra perla dello stesso quotidiano:
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La grafia corretta è "il 1 gennaio". Questa volta diamo la "parola" all'Accademia della Crusca: «[...] Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undici ottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."».



venerdì 29 dicembre 2017

Treccani e DOP: diversità di vedute

Il  "su", in funzione avverbiale, si può anche accentare e non è assolutamente un errore, al contrario di quanto si legge nel sito della Treccani in "La grammatica italiana". «La grafia con accento, anche se abbastanza diffusa, è scorretta e ingiustificata, perché non c’è possibilità di confusione con omografi [...]». Il DOP, invece, è di parere diverso e chi scrive segue le sue indicazioni. Si veda qui.
 Occorre distinguere, infatti, il su preposizione dal  avverbio. Tra i due su c’è una notevolissima diversità di intonazione, di “suono” e, quindi, di... accento.
Il su preposizione è, in generale, atono: raccogli i panni su uno stenditoio; guarda su quella cima. Il su con valore avverbiale è, invece, fortemente tonico: guarda sù, verso la cima; non andare sù.
Il  avverbiale, per tanto, si può accentare per mettere in evidenza la sua "sonorità" e nessuno, docenti di lingua compresi, potrà dire che è uno strafalcione perché la linguistica lascia ampia libertà di scelta a colui che scrive.



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Da un quotidiano in rete:

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Non siamo tra le nazioni piú vecchie del mondo, ma tra le nazioni del mondo con piú vecchi  (la differenza di significato è evidente).



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La nostra casella di posta elettronica è sempre piú  "intasata"  dai messaggi dei nostri gentili lettori che domandano dove possono reperire il nostro libro "Un tesoro di lingua". Il volume, lo abbiamo scritto altre volte, non è in vendita (è fruibile gratuitamente collegandosi a www.nuovedirezioni.it). Il cartaceo si può richiedere, comunque, all'editore: Associazione Nazionale Cittadino e Viaggiatore  50125 FIRENZE via San Niccolò, 21
telefoni : 055 2469343 / 328 8169174
email : 
info@nuovedirezioni.it
telefax : 055 2346925



mercoledì 27 dicembre 2017

Una "carrellata" di strafalcioni (dei nostri politici)


Per smaltire la "stanchezza" accumulata in questi giorni di festa cosa c'è di meglio se non ridere leggendo gli strafalcioni orto-sintattico-grammaticali dei nostri politici?

martedì 26 dicembre 2017

Perché Santo Stefano è un giorno festivo








Qui il perché. E qui la biografia del Santo.

lunedì 25 dicembre 2017

Buon Natale


Un sereno Natale a tutte le amiche e a tutti gli amici che seguono le nostre noterelle sulla lingua italiana

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Si clicchi sul collegamento in calce





domenica 24 dicembre 2017

Sgroi - Occhio alla grammatica profonda del ministro!

                                                       
di Salvatore Claudio Sgroi*


Il ministro della Pubblica istruzione, Valeria Fedeli, qualche giorno fa, in una diretta streaming del Miur si è così espressa:

"C'è il rafforzamento della formazione per i docenti che svolgono le funzioni di tutor dedicati all'alternanza, [1] perché offrano percorsi di assistenza sempre più migliori a studenti e studentesse".

Il che ha suscitato da più parti accuse di "gaffe", "scivolone", "grave errore grammaticale" ecc. a proposito del "(sempre) più migliori" estrapolato dal contesto, ritenuto un comparativo tipico dell'italiano popolare degli incolti (o semi-colti). I quali applicano la regola generale del comparativo di maggioranza formato dall'avv. "più + aggettivo", es. più bello, e quindi "più migliore", ecc.

La forma corretta avrebbe quindi dovuto essere:

[2] "(...) perché offrano percorsi di assistenza sempre migliori a studenti e studentesse".

In realtà, però, nella frase [1] il gruppo "sempre più" va sintatticamente separato da "migliori", in quanto si riferisce come avverbio temporale al verbo "offrano". Infatti, si sarebbe potuto dire:

[3] "(...) perché [sempre più offrano] [percorsi di assistenza migliori] a studenti e studentesse". Il "migliori" a sua volta è attributo di "percorsi".

 O era anche possibile far seguire il verbo dall'avverbio e dire:

[3.a] "(...) perché [offrano sempre più] [percorsi di assistenza migliori] a studenti e studentesse".

La riprova ulteriore che il più non va riferito a migliori è dimostrato dalla variante "sempre di più", che stacca senz'alcun dubbio il comparativo (migliori) dall'avverbio (più):

[4] "(...) perché offrano percorsi di assistenza [sempre di più] migliori a studenti e studentesse".

Ovvero [4.a] "(...) perché offrano [sempre di più] percorsi di assistenza migliori a studenti e studentesse".

Una ulteriore possibilità di separare l'avv. sempre più dal comparativo migliori sarebbe stata, nella lingua scritta, il ricorso alle virgole:

[5] "(...) perché offrano percorsi di assistenza[,] sempre più[,] migliori a studenti e studentesse".

Se il testo scritto avesse riportato le virgole, avrebbe tra l'altro orientato la lettura del ministro, che invece, sentendolo in YouTube, ha erroneamente staccato "sempre" da "più migliori", avallando l'analisi erronea dei suoi critici.

Insomma, la frase del ministro presenta una corretta struttura profonda, sintattico-semantica, che non va confusa, come hanno invece fatto i suoi critici con la grammatica di superficie basata sull'adiacenza di "più migliori".

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Tra i suoi ultimi libri Il linguaggio di papa Francesco (Libreria editrice Vaticana 2016), Maestri della linguistica otto-novecentesca (Edizioni dell’Orso 2017),  Maestri della linguistica italiana (Edizioni dell’Orso 2017).




sabato 23 dicembre 2017

Natale, Capodanno, Epifania


Due parole sulle prossime festività.

Si avvicinano le feste piú belle e significative dell'anno: il Natale, il Capodanno e l'Epifania. Nel formulare i piú sentiti auguri ai nostri gentili lettori, vogliamo ricordarne le loro peculiarità. Il Natale - come si sa - celebra la nascita di Gesú e simboleggia la rinascita e il risveglio spirituale di tutto il popolo credente; cade il 25 dicembre per la maggior parte delle chiese cristiane occidentali. La festività è legata ai simboli del presepio, dell'albero di Natale, di Babbo Natale e del calendario dell'Avvento. Il presepio rappresenta la rievocazione della nascita del Redentore. Vi compaiono tutti i luoghi e i personaggi della tradizione: la grotta, la mangiatoia, Giuseppe, Maria, il Bambino, il bue, l'asinello i pastori e gli angeli. La piú antica raffigurazione pittorica del presepio si trova nelle catacombe di Priscilla, a Roma, datata III secolo. La realizzazione tridimensionale, invece, è stata ideata da S. Francesco d'Assisi, a Greccio, in provincia di Rieti, nel 1223. Dopo questa data cominciarono a realizzarsi presepi composti da statuine. Il piú antico è quello allestito nella basilica di S. M. Maggiore a Roma, di Arnolfo Di Cambio, del 1289. Il piú noto, invece, è quello della basilica di S.M. in Aracoeli, dove si venera uno speciale bambinello del XV secolo, davanti al quale i bambini romani erano soliti recitare le loro poesie natalizie. Purtroppo nel 1982 il bambinello è stato rubato e sostituito, quindi, con una copia. 

Il classico albero di Natale è un abete che viene addobbato con luci, palline colorate e piccoli oggetti, ci arriva dal mondo tedesco e risale al XVI secolo. Babbo Natale proviene, invece, dalla figura storica di S. Nicola di Bari, divenuto in seguito un personaggio mitico e si è diffuso negli Stati Uniti. Ha le sembianze di un anziano, con occhiali, barba lunga e bianca e indossa un abito rosso; reca una gerla sulle spalle colma di doni che recapita, attraverso il camino, ai bambini che - secondo la tradizione - gli hanno manifestato i loro desideri inviandogli lettere nella sua casa in Lapponia. Le sembianze di Babbo Natale sono attribuite allo scrittore americano  Clement Clarke Moore. Il calendario dell'Avvento comincia a diffondersi nel 1920 in Germania: all'inizio è fatto di cartone, ora anche di altro materiale; è formato da 24 finestre contenenti 24 cioccolatini, vengono aperte ogni giorno, dal I dicembre fino al Natale. Rappresenta l'attesa, avvento, infatti, viene dal latino "adventus" (attesa) ed è il tempo liturgico di preparazione al Natale.


Il Capodanno è il primo giorno dell'anno nuovo: si festeggia con "botti" e fuochi d'artificio salutando, cosí, l'anno vecchio che se ne va e il nuovo che arriva. Sotto il profilo introspettivo per ognuno di noi è un'occasione per fare buoni propositi e correggere gli errori commessi durante l'anno trascorso augurandoci nel contempo un anno migliore. Tra i rituali apotropaici: indossare biancheria intima rossa, baciarsi sotto il vischio, come  segno di felicità e prosperità. Qualche anno fa, si usava, specialmente a Roma, gettare dalla finestra tutti gli oggetti vecchi come a volere scacciare le cose brutte accadute durante il vecchio anno. 

L'Epifania si celebra il 6 gennaio per le chiese che seguono il calendario gregoriano, il 19 gennaio per quelle che osservano il calendario giuliano. La parola deriva dal greco antico e significa "manifestazione di qualcosa di mirabile", mirabile come l'adorazione dei re Magi al bambinello Gesú. Melchiorre, Gaspare e Baldassarre guidati dalla stella cometa portarono in dono oro, incenso e mirra, che simboleggiano regalità, divinità, sofferenza e redenzione. All'Epifania è legato il mito della Befana: una vecchina bruttissima! ma amatissima che, volando a cavallo di una scopa, porta dolciumi e regalini ai bambini, la notte del 6 gennaio, dentro una calza che pende dal camino. In questo periodo, per antica tradizione, a Roma, in piazza Navona, si allestiscono bancarelle che vendono giocattoli e dolciumi. Questa tradizione è oggi, però, accompagnata da molte polemiche. Al di là di tutto crediamo che questo sia un appuntamento magico nella cornice della piú bella piazza del mondo, dove si ricrea, ogni anno  - con luci, giocattoli, l'odore dello zucchero filato e delle caldarroste -  un'atmosfera natalizia senza pari. Chiudiamo rinnovando a tutti gli auguri di un buon Natale e di un prospero e felice 2018.



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Forse è il caso di "ricordare" ai titolisti del quotidiano in rete che i prefissi si scrivono "attaccati" alla parola che segue e che Pomezia non è un comune pontino (non essendo provincia di Latina) ma 'romano'.


venerdì 22 dicembre 2017

La stampa "ermetica"


Nella Croce Rossa privatizzata l’infermiere lavora da bidello
Monti decise di liquidare l’ente in passivo i 4 mila dipendenti ricollocati senza logica in Senato una proposta per rinazionalizzare tutto
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Confidiamo nell'aiuto dei nostri 25 lettori. Non capiamo proprio il significato di questo sommario redatto dai titolisti di un quotidiano in rete. Siamo in presenza di un neoermetismo? O il periodo privo di punteggiatura risulta senza senso?

giovedì 21 dicembre 2017

Prestanome e ficcanaso

Non vorremmo rovinare le festività a qualche linguista (o lessicografo) se, per caso, dovesse imbattersi in questo sito. Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui tutti i vocabolari in nostro possesso e quelli in rete (tranne il Gabrielli e il dizionario Olivetti) attestano il sostantivo “prestanome” come invariabile; mentre per il sostantivo “ficcanaso” si dividono: alcuni sostengono l’invariabilità, altri ammettono la variabilità, altri ancora sono su posizioni salomoniche (variabile o invariabile). Entrambi i sostantivi sono composti con una voce verbale e un nome maschile singolare (prestanome, da prestare e nome; ficcanaso, da ficcare e naso) e una legge grammaticale stabilisce che i sostantivi cosí composti restano invariati solo se si riferiscono a un femminile: Giovanna e Maria sono le prestanome; Paolo e Luigi sono i prestanomi. Lo stesso per ficcanaso: quei ragazzi sono proprio ficcanasi; non sopporto quelle fanciulle perché sono delle ficcanaso. Ci piacerebbe sapere, appunto, per quale oscuro motivo i vocabolari disattendono questa legge grammaticale. Noi, nonostante tutti gli sforzi, non ci arriviamo. Ma si sa, la nostra mente è limitata.

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Senza parole e senza commento... (non occorre)


Ancora una gaffe (grammaticale) per la ministra Fedeli: "Sempre più migliori"


Durante un discorso pronunciato sabato 16 dicembre agli Stati Generali dell'Alternanza scuola-lavoro la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli è incappata in un errore grammaticale utilizzando la forma sbagliata "sempre più migliori". Non è la prima volta che Fedeli inciampa sulla lingua italiana. In molti hanno sottolineato gli strafalcioni del capo del Miur e il suo 'dubbio' curriculum formativo, secondo questi, inappropriato a ricoprire la sua carica.
(da Repubblica.it)

Qui gli strafalcioni della capa* (sic!) del Ministero della Pubblica Istruzione.
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* Nota d'uso di "Sapere.it" (Garzanti): Il femminile regolare di capo, nel significato di persona che esercita un comando o dirige un’impresa, è capa, e così si può chiamare una donna che svolge tale funzione; tuttavia, poiché questa forma ha spesso un uso scherzoso, molti preferiscono chiamare anche una donna capo, al maschile. Si tratta di una scelta, però, che può creare nel discorso qualche problema per le concordanze.


mercoledì 20 dicembre 2017

Madrelingua: quale plurale?


Riproponiamo quest'intervento (di un anno fa) come lettera aperta alla Redazione del vocabolario Treccani in rete.

Chissà se i responsabili del settore lessicografico della Treccani si imbatteranno in questo portale  ed emenderanno il plurale di "madrelingua". Vocabolario: «Madrelìngua (anche madre lìngua) s. f. (pl. madrilìngue, o madri lìngue). – La lingua materna, cioè la lingua appresa o comunque parlata dai genitori o antenati; in genere, per chi risiede all’estero, la lingua del Paese d’origine».
 Il sostantivo suddetto in grafia univerbata nella forma plurale muta solo la desinenza del secondo elemento: madrelingua / madrelingue. Nella grafia analitica (due parole) muterà la desinenza di entrambi i sostantivi: madre lingua / madri lingue. Il peggio - come suol dirsi - non è mai morto: per il GRADIT ("minor") il sostantivo in questione è addirittura invariabile.




Madrelingua in grafia univerbata nella forma plurale cambia solo la desinenza del secondo elemento perché segue la regola della formazione del plurale dei nomi composti di due sostantivi dello stesso genere; e i nomi cosí formati, nel plurale, mutano la desinenza del secondo nome: il pescecane / i pescecani; la madreperla / le madreperle; la madrelingua / le madrelingue; la cassapanca / le cassapanche.


martedì 19 dicembre 2017

«È possibile ipotizzare e descrivere lingue materialmente impossibili?»


Per la risposta all'interrogativo del titolo si legga questo interessantissimo articolo.  





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 Un po' di "ortodossia linguistica"




Prosieguo – non proseguo, anche se in uso.



Quadricromia - questa la sola grafia corretta, non quattricromiaquattrocromia.


Quadrilingue - è un aggettivo. Nella forma plurale cambia la desinenza e in i: uomo quadrilingue al plurale sarà uomini quadrilingui.



Quadrumviro e quadrunviro - entrambe le grafie sono corrette.


Qualcheduno forma popolare, da evitare, per qualcuno.


Qualoracongiunzione che significa se, quando, ogni volta che, dato che, ecc., si scrive senza apostrofo.


Quanto meno - errato l'uso di questa locuzione nell'accezione di almeno, per lo meno. Non diremo, quindi, gli scriverò o quanto meno gli telefonerò, ma, correttamente, gli scriverò o per lo meno (almeno) gli telefonerò.

domenica 17 dicembre 2017

Il «massacro» della lingua italiana


Due parole, due, su due termini che - a nostro modo di vedere - coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere dovrebbero adoperare - come usa dire - con le pinze. Sappiamo già che quanto stiamo per scrivere aprirà il “balletto delle contestazioni”. Ma tant’è. Cominciamo con il primo vocabolo, massa, che come recitano i vocabolari indica un “aggregato informe di elementi materiali della stessa specie”; “quantità di materia che si presenta o si considera come un insieme più o meno compatto”. Questa è, infatti, l’accezione primaria. Oggi è invalso l’uso (riportato anche dai dizionari) di adoperare il termine in senso figurato: cultura di massa, comunicazioni di massa e simili. A nostro avviso questo sostantivo dovrebbe essere riservato esclusivamente alla terminologia della fisica. Non riteniamo “ortodosse”, quindi, le espressioni “andare in massa”;  “la gente si è ribellata in massa”; “educare le masse”; “le masse orchestrali” e locuzioni simili. In questi casi ci sono espressioni piú appropriate: “andare tutti assieme”; “la gente si è ribellata tutta, unanimemente”; “educare la gente, il popolo”; “il complesso orchestrale”. E veniamo al secondo termine che è un vero e proprio francesismo: “massacre” (‘macelleria’). Ci sono parole, proprie della nostra lingua, che esprimono lo stesso concetto del francese “massacro”. C’è solo l’imbarazzo della scelta: eccidio; sterminio; genocidio; macello; strage; carneficina; distruzione; scempio. Lo stesso discorso per quanto attiene al verbo “massacrare” e al sostantivo “massacratore”. Il verbo ‘barbaro’ si può sostituire con: sterminare; fare scempio; trucidare e simili. Il sostantivo con i vocaboli italiani: trucidatore; sterminatore e via dicendo. Non continuiamo, insomma, a... "massacrare" il nostro idioma gentil sonante e puro, per dirla con Vittorio Alfieri.

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 La parola proposta da questo portale: nugale. Per il significato si clicchi qui.

sabato 16 dicembre 2017

È tardi per apprendere i "segreti" della lingua?

Facciamo nostre tutte le parole contenute in questo articolo trovato, casualmente, in rete.

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Sí, questa volta i "quiz" redatti dall'Accademia della Crusca per i lettori del quotidiano la Repubblica in rete "parlano" la lingua di Dante.

giovedì 14 dicembre 2017

Cinquantaseenne o cinquantaseienne?


Il suffisso  "-enne", dal latino "ennis", tratto da "annus" (anno), con il significato "che ha tot anni" ( un cinquantaquattrenne, cioè una persona che ha 54 anni) è causa di perplessità con i numeri composti con il sei: cinquantaseenne o cinquantaseienne? La "i" ci vuole o no? Non tutti i vocabolari concordano. Alcuni sono "pilateschi" (ammettono entrambe le grafie), altri attestano solo la grafia senza la "i" (cinquantaseenne), altri ancora solo con la "i" (cinquantaseienne). Come comportarsi, allora?  Il suffisso "-enne" si unisce al numero dopo aver tolto a quest'ultimo la vocale finale: cinquantotto, cinquantott, cinquantottenne; trenta, trent, trentenne. Da cinquantasei (o da sessantasei ecc.), togliendo, quindi,  la vocale finale resterà cinquantase cui si aggiungerà  il suffisso "-enne":  cinquantaseenne. Vediamo, ancora. Ottantaseenne, quarantaseenne, ventiseenne. Non si toglie la vocale finale con i numeri composti con il tre: trentatreenne, settantatreenne, novantatreenne.

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I nuovi "quiz", redatti dall'Accademia della Crusca e pubblicati sul quotidiano la Repubblica, per farci "[...] innamorare della lingua italiana. Dalle basi della grammatica all'italiano nell'era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente [...]". Scrivete, nei commenti, se una volta risolti questi "quiz" vi siete rinnamorati di una "lingua formidabile". 

domenica 10 dicembre 2017

Il prefisso e la stampa



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Continua la nostra "crociata " contro la malalingua della carta stampata e no. Il titolo di questo settimanale in rete contiene uno strafalcione che grida vendetta: super potenza. In lingua italiana, non in quella cispadana, i prefissi si scrivono "attaccati" (mai staccati o con il trattino) alla parola che  segue. Correttamente, quindi, superpotenza. In proposito vediamo cosa dice il Treccani in rete: «super- pref. [dal lat. super-, super "sopra"]. - 1. Con valore locale, forma pochi agg. e sost., nei quali significa "sopra, che sta sopra" (come in superglottico, superumerale) o, più raram., "superficiale" (come in superfinitura). 2. Esprime addizione, sovrapposizione (come in superstrato, superinfezione) o processo o condizione in eccesso rispetto al normale (superalimentazione, superallenamento). 3. Col sign. generico di "che sta sopra, che va oltre, che supera", indica il superamento di un certo limite (come in superalcolico, supersonico), il superamento di determinati caratteri (supernazionale, superpartitico), una posizione preminente (supervisione, superarbitro) o assolutamente preminente (come in superuomo). 4. Per sviluppo del sign. prec., forma numerosi sost. e agg. ai quali conferisce valore superlativo: supercinema, superbollo, supergigante, supermercato; superbianco, superdissetante». Vediamo, anche, come alcuni vocabolari scrivono il termine in questione: Gabrielli: superpotenza: [su-per-po-tèn-za] s.f. Stato dotato di un grande potenziale bellico, spec. di tipo atomico, e di un grande apparato industriale, che gli conferiscono...; De Mauro: superpotenza.  Stato militarmente ed economicamente molto forte, che esercita un’influenza notevole sugli eventi e sulla politica internazionale; Sabatini Coletti: superpotenza  

[su-per-po-tèn-za] s.f. • Stato che possiede un imponente apparato industriale e bellico (spec. nucleare).
Si veda anche l'intervento del 7 scorso: Un titolo "itangliano".


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Dallo stesso settimanale in rete:

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Qui siamo in presenza di un "si passivante", il titolo corretto è, dunque: Candidati acchiappavoti cercansi: la caccia è aperta. Per la differenza che intercorre tra il "si passivante" e il "si impersonale" rimandiamo a un nostro vecchio intervento sul "Cannocchiale". 

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Abbiamo segnalato alla redazione l' "orrore" da emendare ma... l'emendamento non è stato preso (presuntuosamente?) in considerazione.

sabato 9 dicembre 2017

Una "zeugmata"



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Probabilmente qualche linguista - nel caso si imbatta in questo sito - sarà pronto a fustigarci perché censuriamo questo titolo di un quotidiano in rete. Motivo? Il titolo - a nostro avviso - contiene uno zeugma (si potrebbe definire un "quasi errore") che in buona lingua italiana è da evitare. Che cosa è questo zeugma?  È una figura retorica che consiste nel riferire un verbo a due o più elementi della frase che  richiederebbero, invece, ciascuno un verbo specifico. Lo zeugma, insomma, produce un'incoerenza semantica. Nel titolo in oggetto il verbo subiva è collegato tanto a "richieste" quanto a "minacce". A nostro modo di vedere le minacce non si subiscono, si ricevono. In questo caso, per tanto, occorrono due verbi; uno per le richieste e uno per le minacce: la vittima subiva richieste di denaro e riceveva minacce di morte. Secondo il nostro modesto parere i titolisti non sarebbero incorsi in una "zeugmata" se avessero adoperato il verbo ricevere, "buono" sia per le richieste sia per le minacce. Attendiamo smentite dai soliti linguisti, ai quali potremmo rispondere, eventualmente, con le parole di Leo Pestelli: «... Quando Dante scrisse "parlare e lagrimar vedrai insieme..." non fece grammaticalmente una buona figura, ma i retori, con una controfigura, quella dello "zeugma" o aggiogamento, consistente nel riferire un verbo a più parole diverse mentre per il senso non converrebbe propriamente che a una di esse, ci misero prontamente una toppa...».  È bene, insomma, non "zeugmare". Sull'argomento riproponiamo, inoltre, un nostro vecchio intervento. 


* Il titolo della pagina interna è diverso.

giovedì 7 dicembre 2017

Un titolo «itangliano»


Ecco un titolo - di un quotidiano in rete - che si potrebbe definire itangliano :

Crescono le borse post laurea,
ma il 90% dei ricercatori sarà espulso


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Perché itangliano? Perché il prefisso "post-", in lingua italiana, non attaccato alla parola che segue non ha alcun senso. "Post", da solo, si ha solo in lingua inglese con l'accezione di "missiva", "corrispondenza", "posta". Gli amici blogghisti conoscono bene il termine perché "postano" i loro interventi nei vari siti. "Post-", dunque, in lingua italiana è un prefisso con valore temporale o spaziale e come tutti i prefissi si scrive unito alla parola che segue: postlaurea. Vediamo ciò che riporta il Treccani in rete:


 


pòst- [dal lat. post, post- «dopo, dietro»]. – Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di «poi, dopo, più tardi». Tranne pochi casi in cui ha funzione avverbiale (come quando è premesso a verbi), ha di solito funzione prepositiva rispetto al secondo elemento, che può essere un sostantivo o, più spesso, un aggettivo (postpliocene, postmoderno, postoperatorio). In termini dell’anatomia e anche della fonologia, ha spesso sign. locale, di «dietro, posteriore, situato posteriormente» e sim. (postipofisi, postorbitale, postdentale, ecc.). In parecchi composti si contrappone a  pre- (prebellico - postbellico, preludio - postludio, prematuro - postmaturo), in pochi a anti- (antidiluviano - postdiluviano, antidatare - postdatare) [...].



Si può anche togliere la "t" e scrivere poslaurea se l'elemento che  segue il prefisso comincia con una consonante, come nel caso in oggetto, appunto. Correttamente, dunque: postlaurea o poslaurea.


mercoledì 6 dicembre 2017

L'emarginazione


Cortese dott. Raso,
le sarei molto grato se spendesse due parole sul significato "nascosto" - come spesso usa dire lei - del termine "emarginazione". Ne approfitto per complimentarmi con lei per le sue preziose "noterelle" sul buon uso della lingua italiana, anzi dell'italico idioma come lei ama definire la nostra meravigliosa lingua. Grazie e molte cordialità

Umberto O.

Bologna

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Gentile Umberto, la sua "curiosità" è stata trattata moltissimo tempo fa, le faccio il copia-incolla. Grazie per i suoi complimenti.

Crediamo che nessuna parola italiana abbia avuto più fortuna di quella di cui ci occupiamo in queste noterelle: emarginazione. È sempre sulla bocca di tutti, spesso a sproposito. Ma i fruitori per eccellenza di questo vocabolo sono gli operatori delle scienze sociali: sociologi, psicologi, insegnanti, assistenti sociali. Non c’è un dibattito televisivo in cui uno degli invitati non la tiri fuori. «La causa di quanto sta accadendo, gentili signori, va ricercata nell’emarginazione in cui sono costretti a vivere questi poveri derelitti», così sentenziò, tempo fa, un notissimo sociologo intervistato da un giornalista della Rai sul problema dei nomadi a Roma e in altre città. Cos’è, dunque, quest’emarginazione? C’è da dire, innanzi tutto, che abbiamo notato, con vivo stupore, che alcuni vocabolari non registrano il termine che deriva, ovviamente, dal verbo emarginare, cioè annotare, segnare in margine; è, dunque, un così detto deverbale. Questa omissione dei dizionari si può spiegare, probabilmente, con il fatto che il vocabolo in oggetto non esisteva nell’italiano antico né, tanto meno, nel latino. Il verbo emarginare è una voce gergale degli addetti all’arte tipografica e significa, alla lettera, collocare fuori del margine (il prefisso e- che si riscontra in alcuni verbi suggerisce l’idea di esteriorità: e-mettere, e-leggere) e indica, con la massima chiarezza, l’operazione per cui il tipografo colloca una parola o un gruppo di parole fuori delle righe e, quindi, del corpo stampato, nella parte bianca a lato, per metterle bene in evidenza. Se vi capita fra le mani un libro scolastico potrete notare, infatti, che molte parole sono scritte fuori del testo, del corpo, sulla destra e, per lo più, in neretto, appunto per evidenziarle. Con uso metaforico, cioè in senso figurato, è stato adoperato, anzi è adoperato il verbo emarginare, con i suoi derivati (emarginazione, emarginato) per indicare l’azione per cui una determinata comunità, o l’intera società, tiene fuori del suo corpo – come una pagina stampata – un individuo o un gruppo di individui. A mo’ di esempio potremmo dire che sono emarginati tutti gli immigrati in una città i quali non riescono a integrarsi, a legare con i cittadini indigeni; coloro che per menomazioni fisiche o psichiche non vengono inseriti nella vita quotidiana e normale degli altri esseri umani; coloro che per via delle loro idee diverse da quelle della maggioranza sono isolati e quasi respinti dagli altri; i moltissimi diseredati che la miseria tiene fuori delle condizioni, se non ottimali, per lo meno tollerabili, della maggioranza delle persone che si ritengono civili. Il termine emarginazione suggerisce, per tanto, l’idea di un isolamento, di una quarantena, umiliante e ingiusta. Fino a qualche anno fa l’emarginazione veniva accettata come un male incurabile cui porgeva una mano la carità pubblica o privata. Le cose, però, sembra stiano cambiando...