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giovedì 10 novembre 2016

L'affetto e l'affezione


Un cortese  “blogghista” desidera sapere se c’è una relazione etimologica tra l’affezione intesa come  “stato morboso”, “stato patologico”, la classica accezione di  “malattia”, insomma e quella intesa come  “affetto”, “amore”, “tenerezza”, “sentimento”. Questo stesso termine – si domanda il cortese interlocutore – come può indicare due concetti apparentemente in antitesi tra loro? C’è, quindi, una relazione etimologica tra i due significati del termine che ha permesso, per l’appunto, una  “divaricazione semantica” del vocabolo?

Certamente. L’affezione è, infatti, il latino  “affectione(m)”, un derivato di  “afficere”, composto di  “ad” e  “facere” (toccare, impressionare, influire). Nel primo significato l’affezione  “tocca”,  “impressiona”,  “influisce” sul nostro corpo determinando uno stato morboso, patologico (affezione gastrica, per esempio); nel secondo significato l’affezione  “influisce” sul nostro spirito, sul nostro animo dando vita a quel  “sentimento di viva benevolenza, attaccamento a una persona o a una cosa”. Da notare, a questo proposito, che l’affezione, intesa come sentimento, esprime minore intensità che l’ “affetto” sebbene abbiano in comune il medesimo  “padre”. Nei confronti di una persona, insomma, è meglio provare un certo affetto che una certa affezione, anche per non dare adito a... “equivoci semantici”.




Daccanto e d'accanto



Alcuni vocabolari ritengono la forma apostrofata dell'avverbio daccanto una variante di quest'ultimo. A voler sottilizzare, non "sarebbe" proprio cosí. Le due grafie esprimono significati diversi. La forma senza apostrofo sta per "vicino", "presso", "accanto" e simili: mi raccomando, Giulio, stammi sempre daccanto (vicino); la grafia apostrofata (ma si può scrivere anche in due parole, "di accanto") vale, invece,"di torno": Giovanni, mi stai sempre tra i piedi, togliti d'accanto!


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