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lunedì 2 maggio 2016

La lingua "acidula" della stampa

Se, per ipotesi, tra le molte leggi e leggine se ne varasse una che interdicesse le persone con scarsa padronanza della lingua italiana - vogliamo peccare di presunzione - dallo scrivere moltissime “penne” della carta stampata (e no) dovrebbero cambiare mestiere. Sì, proprio così. Siamo rimasti scioccati nel leggere su un quotidiano che “fa opinione” il termine “interditore” in luogo della forma corretta “interdittore” (con due “t”). Diciamo subito – a scusante dell’autore (una così detta grande firma) del pezzo incriminato – che alcuni vocabolari non registrano la parola in oggetto. 
Ciò non significa, però, che colui che scrive per il pubblico – diffonde, quindi, la “cultura” – sia esentato dal conoscere la corretta grafia dei termini che adopera. Interdittore, cioè “proibitore”, viene dal latino “interdictor” e divenuto in italiano interdittore, appunto, per la legge linguistica dell’assimilazione: la consonante “c” è stata assimilata dalla “t”. L’assimilazione – forse è bene ricordarlo – è un processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda, cioè si “assimila”.
Diverso, invece, è il caso dell’aggettivo “brettone” – che le solite “grandi firme” scrivono erroneamente con una sola “t”. La forma corretta è con due “t” (brettone), non perché in questo caso “entra in vigore” la legge dell’assimilazione linguistica, ma perché il termine viene dal tardo latino “britto, brittonis” dove la doppia “t” è insita nella radice. Bretone, con una sola “t” e che alcuni ritengono grafia corretta, è l’italianizzazione del francese “breton”. Gallicismo che sconsigliamo vivamente se si vuole scrivere e parlare la lingua di Dante in modo corretto. Un'altra prova di quanto affermiamo si ha leggendo questo titolo di un giornale in rete:


Torino, superati i valori di monossido e di acido cloridico

In questo caso il redattore titolista ha dimostrato di aver frequentato con scarso profitto le aule scolastiche. L'acido in questione si chiama "cloridrico", il nome è composto, infatti, con il sostantivo "cloro" (non schiettamente italiano derivando dal francese chlore) e il suffisso "-idrico".

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La parola che segnaliamo è: stronchino. Aggettivo e sostantivo maschile. Si dice di bambino zoppo o privo di qualche arto.

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Lettera aperta alla "Treccani"


altrettanto (ant. altretanto) agg. e avv. [da altro e tanto]. – 

1. agg. Quanto l’altro, nella stessa 
misura di un altro o di altra cosa: cinquanta paternostri con a.avemarie (Boccaccio); ho provato per la tua vittoria a. gioia che se avessi vinto io; la mamma vuole a. bene a te che a me. Usato come pron., con valore neutro, la stessa cosa, la stessa quantità o misura: egli si voltò, e chi lo seguiva fece a.; tu hai speso dieci euro e io altrettanto. E come risposta a un augurio: «Buon appetito!» «Grazie, altrettanto».

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Cortese Redazione,
a mio avviso, modestissimo, andrebbe emendata la dicitura "usato come pronome neutro con valore avverbiale". Altrettanto, oltre che aggettivo e avverbio,  è un pronome a tutti gli effetti e segue le varie flessioni. L'esempio, quindi, "tu hai speso dieci euro e io altrettanto" andrebbe emendato in "io altrettanti (dieci)". Nell'esempio citato "altrettanto" non ha valore neutro, riservato questo agli aggettivi, ma è un pronome a tutti gli effetti.
Cordialmente

 

 



 

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