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lunedì 14 marzo 2016

Far la mamma di San Pietro

Si adopera questa locuzione - forse poco conosciuta - quando si vuole mettere in particolare evidenza l'avarizia di una donna.  Si dice, infatti, di colei che ama il denaro e i propri averi piú di sé stessa e non darebbe un bicchier d'acqua neanche se l'assetato le cadesse davanti svenuto. Il modo di dire è prettamente popolare e, in quanto tale, la sua origine si perde nella notte dei tempi.  Potrebbe essere una leggenda, dunque, cosí come la racconta Giuseppe Pitré (Palermo 1841-1916), medico e studioso di "cose popolari". Vediamola.  «Narrasi, dunque, che la mamma di San Pietro fu sí avara e di cuor duro, che non andava povero a bussare al suo uscio, il quale non fosse cacciato via come un ladro. Visse cosí fino all'estrema  vecchiezza , non avendola ravveduta né le prediche di Gesú , né gli esempi di carità dati dal figlio. Com'è vero che quando un viziaccio s'è radicato fin da fanciulli nel nostro animo, non c'è che un miracolo di Dio, che ne lo sradichi. Fatto è, che la madre di San Pietro morí con quel peccato nell'anima, e andò all'inferno. Erano passati molti molti anni e la misera penava sempre  nello stesso fuoco; e mandava continue preci al figlio, ch'è il custode delle porte del paradiso. Egli le udí una volta, e n'ebbe (occorre dirlo?) gran pietà; e pregò tanto il buon Dio, che ottenne di liberarla, se si trovasse che in vita di lei, per un atto anche minimo di carità, le fosse stato detto una volta sola, "Dio te ne renda merito". Cerca, cerca, si trovò davvero che un giorno aveva dato una buccia di porro a un poverello, il quale disse: "Dio te lo rimeriti". Di ciò lieto San Pietro, va nel giardino celeste, e carpe un porro; e per miracolo l'allunga tanto tanto, tenendolo per la coda, che ne arriva il capo all'inferno dov'era la madre; e il figlio le dice: "Attaccati, mamma, al porro, ch'io traggo su piano piano". La madre appena ode le parole del figlio e vede il capo del porro lo afferra subito e lentamente comincia ad uscire dal fuoco. Come la videro gli altri dannati cominciarono ad attaccarsi al lembo della sua veste e ai piedi: anch'essi volevano uscire dal fuoco. La madre di San Pietro, quindi, si vide come assediata dalle api e cominciò a tirare calci a destra e a manca, gridando: "Andatevene"; lo fece con tanta rabbia e violenza da rompere il gambo del porro e... paffete, cadde indietro dentro al fuoco. E cosí il Signore la castigò».

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La parola che proponiamo oggi è: encorico. È un aggettivo non attestato in tutti i vocabolari e significa "che è del luogo". Si veda anche qui.

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Se non cadiamo in errore tutti (?) i vocabolari dell'uso, anche quelli più "autorevoli", attestano il sostantivo "sosia" invariabile e riferibile tanto a un uomo quanto a una donna. E fin qui, tutto normale. La "anormalità" - a nostro modo di vedere - sta nel fatto che detti vocabolari usano l'articolo femminile quando il sostantivo in oggetto si riferisce a una donna: le sosia della regina Elisabetta. No, i sosia della regina Elisabetta. Sosia era il nome di un servo di Mercurio e da nome proprio è divenuto nome comune, ma "maschio" era e maschio deve restare, anche se si riferisce a una donna. Ma tant'è.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Tant'è e tanto deve essere se la totalità dei più autorevoli vocabolari riconoscono il femminile la sosia. Sulla base di quale legge grammaticale si sente autorizzato a smentirli?

Fausto Raso ha detto...

Caro anonimo,
non li smentisco io (non sono nessuno), ma un grande della lingua, lo scomparso prof. Aldo Gabrielli:
«“Quante volte ho sentito frasi come queste: ‘Anna è la sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo la sosia della Garbo’, parlando di due persone che si somigliano come due gocce d’acqua o non si somigliano affatto. E tutte le volte mi vien da dire: che erroraccio! Erroraccio perché? Ma perché sosia è un nome maschile, e maschio ha da restare, anche se da nome proprio una trasformazione l’ha già fatta diventando nome comune. Infatti questo Sosia, per chi non lo ricordasse, è il nome del servo di Anfitrione, nella famosa commedia di Plauto (…). Nella commedia plautina accade che un giorno Mercurio, mandato sulla terra da Giove, assumesse l’identico aspetto di Sosia, allo scopo di giocare alcune beffe diciamo piccanti all’infelice Anfitrione. Questo soggetto fu poi ripreso dal Molière nella commedia intitolata appunto ‘Amphitryon’, e il nome del servo, divenuto subito popolarissimo in Francia, da proprio si trasformò in comune, venendo a indicare persona somigliantissima a un’altra al punto da essere scambiata con questa. Noi riprendemmo il termine dal francese in questa accezione figurata verso la metà dell’Ottocento. Ma sempre come maschile, si capisce. Perciò dobbiamo dire ‘il sosia’, nel plurale ‘i sosia’, sia con riferimento a uomo sia con riferimento a donna. Non possiamo dare a Sosia una sorella dello stesso nome! Diremo quindi correttamente ‘Anna è il sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo il sosia della Garbo’. Stona quel maschile accostato a un femminile? Ma stona forse dire ‘Anna è il ritratto, il doppione, il modello, lo stampo di sua madre? (…)”».

Anonimo ha detto...

Avevo già letto il punto di vista di Aldo Gabrielli, sempre riesumato da lei, che per la sesta volta torna all'attacco con il sosia e le medesime parole.
Avevo chiesto quale regola grammaticale proibisce di dire la sosia, ma mi arrendo. Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Fausto Raso ha detto...

Caro anonimo,
un sostantivo "invariato" (generalmente sempre maschile e, quindi, con l'articolo maschile) non cambia di "sesso", il genere lo conserva e nel singolare e nella forma (invariata) plurale: Giovanni è il sosia di Pasquale; Maria è il sosia di Renata; Paolo e Mario sono i sosia di Carlo e Alberto; Giulia e Silvana sono i sosia di Maddalena e Carmelina. Giuseppe è un cerbero; Susanna è un cerbero (non UNA cerbero). Spero di essere stato esaustivo.
Con i migliori saluti