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domenica 22 novembre 2015

Sua maestà la congiunzione Che

Riproponiamo un nostro vecchio intervento sul "che", congiunzione dai molteplici  usi che non tutti, forse, conoscono e per questo motivo viene spesso bistrattata anche da coloro che si piccano di "fare la lingua". 









Tutti i grammatici sono concordi una volta tanto nel definire la congiunzione che” regina delle congiunzioni subordinanti; la ritroviamo, infatti, a introdurre quasi sempre ogni specie di proposizione subordinata. Il titolo di regina le spetta, dunque, per diritto linguistico. Oltre a essere una congiunzione dichiarativa che è la sua principale funzione la reginaè anche congiunzione causale: si arrabbiò moltissimo che’ io fossi mancato allappuntamento; e finale: stava sempre attento che’ i figli si comportassero bene; e consecutiva: il freddo è tale che’ non si resiste; e comparativa: è più intelligente che’ non sembri; e temporale: lo incontrai che’ era inverno inoltrato. Altre volte si può trovare davanti ad altre specie di proposizioni subordinate in compagnia di altre parole; talvolta anche fusa con queste ultime, tanto che’ è appena riconoscibile: allorché (allor che), fuorché (fuor che), sennonché (se non che), poiché (poi che), ancorché (ancor che) e via dicendo. A questo proposito non siamo affatto daccordo con alcuni scrittori moderni che scopiazzano” i loro colleghi francesi che riducono al minimo luso delle congiunzioni: preferiscono uno stile letterario che lasci indipendenti il più possibile le proposizioni luna dallaltra; non amano, insomma, la subordinazione. La moderna lingua dOltralpe preferisce dire, per esempio, “pioveva moltissimo. Da tempo non si vedeva una pioggia così abbondante” in luogo di “vien giù una pioggia quale’ non si vedeva da tempo. Anche in casa nostra come dicevamo cè la tendenza a sopprimere più che si può le congiunzioni, a imitazione dei Francesi, secondo la famosissima “leggeche stabilisce lerba del vicino essere più verde. Certo, non si può negare il fatto – evidentissimo che le congiunzioni appesantiscono il periodo; i periodi con pochissime congiunzioni risultano indubbiamente molto più snelli. Ma è altrettanto certo il fatto che è proprio del genio della nostra lingua idioma gentil sonante e puro, per dirla con lAlfieri – concatenare in modo logico le varie proposizioni del periodo e metterne bene in evidenza i rapporti finali, temporali, causali e gli altri che esistono tra questi. E questo compito è proprio delle congiunzioni. Per questo motivo condanniamo senza appello i moderni scrittori che privilegiano lo stile gallico” al posto di quello “italico. Il nostro stile è il vero erede di quello latino, quantaltro mai complesso, organico, compatto, concatenato. Ma non basta. A infilzare una lunga teoria di proposizioni indipendenti e necessariamente brevi a imitazione dei moderni scrittori francesi si finisce con il ridurre il discorso e, quindi, il nostro scritto a una cadenza sincopata, asmatica, singhiozzata, che a lungo non può che generare pena e monotonia. Quando ci capita di leggere una paginetta di quelle “minifrasi, ciascuna delle quali va per proprio conto, ci sembra di sentire un discorso dinoccolato, disarticolato, senza scheletro. Il discorso, insomma, di un selvaggio. Per concludere queste noterelle riteniamo, dunque, che sia opportuno rimanere fedeli alla nostra lunga tradizione linguistica – consacrata da moltissimi “mostri letterati perché quando si sa maneggiare bene la penna e si fa un uso accorto delle congiunzioni i nostri scritti avranno un belleffetto e un maggior vigore despressione. Attenzione pe, ripetiamo, al loro uso corretto. Nella lingua parlata, per esempio, non si fa alcuna distinzione tra ovvero” e oppure” e si adopera luna o laltra congiunzione con valor disgiuntivo. Ciò è un grossolano errore: solo oppure” è una congiunzione disgiuntiva con il significato di o”; mentre ovvero” è congiunzione di equivalenza (o esplicativa) e sta per cioè, ossia. Perché alcuni vocabolari non specificano la differenza
che intercorre tra le due congiunzioni? O, peggio, le attestano come sinonimi?
 
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Avevamo segnalato ai responsabili lessicografi del vocabolario Treccani che il verbo "defaticare" non è una variante di "defatigare" ma un verbo a sé stante e con un significato opposto. L'errore non è stato emendato. Torniamo "alla carica", sperando che... Ecco ciò che scrivemmo.


Leggiamo dal vocabolario “Treccani” in rete:
defatigare
defatigare (non com. defaticare) v. tr. [dal lat. defatigare, comp. di de- e fatigare «affaticare»] (io defatigo, tu defatighi, ecc.), letter. – Stancare, esaurire le capacità di resistenza di una persona.
Part. pres. defatigante anche come agg., che affatica, che logora le forze. Part. pass. defatigato, anche come agg., affaticato, spossato.
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“Defaticare” non è una variante poco comune di “defatigare”. Sono due verbi a sé stanti e con significati diversi. “Defatigare”, con la “g”, è pari pari il latino ‘defatigare’ composto con il prefisso “de-” (che non ha valore sottrattivo) e il verbo ‘fatigare’ (affaticare) e significa “stancare”, “logorare”, “affaticare”. “Defaticare”, con la “c”, è composto con il prefisso sottrattivo o di allontanamento “de-” e il sostantivo “fatica” (‘che toglie, che allontana la fatica’). Si adopera soprattutto nel linguaggio sportivo nella forma riflessiva e significa “compiere determinati esercizi per togliere dai muscoli l’eccesso di acido lattico formatosi in seguito a sforzi prolungati”. Si potrebbe dire quindi, in senso lato, che “defatigare” sta per “procurare la fatica”; “defaticare” per allontanarla.
Altri vocabolari, comunque, sono incorsi nel medesimo “errore” del Treccani.
 
 
 
 









 
 
 
 
 


 

 

 

 

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