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sabato 25 luglio 2015

Usciamo o partiamo?


Due parole, due, sul verbo partire, che molti usano impropriamente con l’accezione di ‘uscire’, ripetendo l’uso del francese partir. È un uso improprio, se non ‘errato’ perché, come fa notare il linguista Giuseppe Rigutini,  partire include sempre il fine di un viaggio. Sbagliano coloro che dicono, per esempio, “parto ora dall’ufficio, sarò da te fra un’ora”. Dall’ufficio si “esce”, non si “parte”. Si parte quando si lascia una località per andare in un’altra. Diremo correttamente, quindi, “domani partiremo da Cosenza per Reggio Calabria”. E sempre a proposito di partire, lasciamo al gergo burocratico l’espressione a partire da: a partire da domani gli uffici saranno chiusi al pubblico tutti i giovedí. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere dirà: da domani o cominciando da domani...

 
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Molto spesso si fa un abuso degli aggettivi "buono"," forte" e " grande" perché innumerevoli sono le persone o le cose per le quali viene spontaneo adoperarli: ma il concetto che tali aggettivi esprimono è troppo vago e generico. Consigliamo agli amatori della lingua, per tanto, di sostituirli, ogni qual volta che sia possibile, con un termine piú appropriato. Vediamo qualche esempio di “abusi”, piluccando qua e là: in corsivo l’aggettivo “abusato” e in parentesi  quello piú appropriato. La grande (vasta) piazza era piena di dimostranti; una volta tanto sii buono (ubbidiente) e fa quello che ti chiede tuo padre; sapendo che siete tanto buoni (generosi, cortesi) ne approfitto per chiedervi un favore; in quel momento soffiava un vento forte (impetuoso), che faceva tremare le case; quel giovanotto, invece di scusarsi, ha peggiorato la situazione commettendo un grande (grave) errore; quella torta, a fine pranzo, era veramente buona (squisita); l’oratore ha arringato la folla con voce forte (tonante), tra applausi scroscianti; il fumo che usciva dall’appartamento in fiamme era forte (acre) e disgustoso; bisogna essere grati a questi  forti (valorosi) soldati che vanno in giro per il mondo a portare la pace; se ti comporti bene, Dio, che è sommamente buono (misericordioso), ti perdonerà; il barbone, per una notte, ha trovato accoglienza, in paese, presso una famiglia che è tanto buona (caritatevole); le ricerche sono state rinviate perché scrosciava una forte (violenta, impetuosa, dirotta) pioggia.


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I responsabili del vocabolario Treccani (in rete) ci perdoneranno se - ancora una volta - "portiamo alla luce" un'altra 'inesattezza' riscontrata consultando il dizionario:

terraférma (non com. tèrra férma) s. f. – Parte continentale di una regione, soprattutto in contrapp. alle isole: sbarcare sulla t.; città di terraferma. Non è usato il plurale.

Il plurale, raro, c'è: terreferme. Essendo un nome composto formato da un sostantivo e da un aggettivo nel plurale mutano le desinenze di entrambi i termini.

Per il Sabatini Coletti il sostantivo è addirittura solo singolare:

[ter-ra-fér-ma] s.f. (solo sing.)


  • 1 Terra che emerge dal mare: sbarcare sulla t.
  • 2 estens. Il continente, contrapposto alle isole
  • • sec. XIII

 

 
 
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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it: unquanco.

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Dimenticavamo. Sempre nel DISC abbiamo riscontrato un altro "orrore": ermafrodita. La voce corretta è solo "ermafrodito":


[er-ma-fro-dì-to] o ermafrodita agg., s.


  • agg. biol. Di individuo animale o vegetale che presenta ermafroditismo
  • s.m. (pl.m. -ti) Nel sign. dell'agg.
  • • sec. XIV

 
  
 
 

 
 
 

  

 

 

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