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lunedì 29 giugno 2015

Passare in razza

A proposito di "dirazzare", di cui abbiamo parlato giovedí scorso, per associazione di idee ci è venuto alla mente il modo di dire "passare in razza". Questa locuzione è affine a quella latina "promoveatur ut amoveatur" (gli si dia una promozione per rimuoverlo). Chi passa in razza, dunque? Colui (o colei) che viene insignito di un'alta carica puramente onorifica che in realtà, però, comporta l'allontanamento dai compiti importantissimi espletati dall'interessato. Si dice, insomma, di personaggi che vengono promossi di grado perché cessino di occuparsi di determinate e importanti attività. L'espressione allude al trattamento riservato agli animali da competizione - in particolare cavalli e cani - i quali al tramonto della loro carriera agonistica vengono adibiti esclusivamente alla riproduzione; passano, quindi, in... razza. Di qui, per l'appunto, l'uso figurato della locuzione, adoperata anche in senso ironico o scherzoso.

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Alcuni sacri testi grammaticali classificano certi "sostantivi festivi" quali Natale, Pasqua ed Epifania tra i cosí detti nomi difettivi, nomi, cioè, privi o di singolare o di plurale. Natale, Pasqua ed Epifania non avrebbero la forma plurale. Francamente non riusciamo a capire perché dovrebbero essere solo singolari. Non diciamo, per esempio, tutti i Natali trascorsi insieme? Oppure, nei tempi andati non si era soliti, nelle Epifanie, fare dei regali ai vigili urbani? Ancora. Quante Pasque, amico mio, sono trascorse da quando ci conosciamo? Naturalmente attendiamo gli strali del solito linguista "d'assalto".

 

 

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