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mercoledì 21 gennaio 2015

Il frac

Dopo la livrea, due parole, due, sul frac. Cominciamo con il dire, innanzi tutto, che la sola grafia corretta è con la "c": frac, non "frak" o "frack". La "storia" di questo abito non è ancora del tutto chiarita: la voce è francese ma la provenienza - sembra - inglese: "frock" (si badi bene, con la "o"), che originariamente indicava una veste maschile a falde indossata da persone che andavano a cavallo. Si ritiene, anzi, che fosse usata dai militari (non solo dai "cavalieri" ma anche dai fanti): i due bottoni che ornano questo indumento, ancor oggi, all'altezza delle reni sarebbero la "prova provata"; servivano, infatti, a tenere le falde rialzate per permettere di camminare piú speditamente. Oggi, con il termine frac si intende un "abito maschile da cerimonia, nero, con giacca corta davanti e prolungata dietro in due falde lunghe e sottili". Aggiungiamo, per gli amanti (o amatori) della "purezza linguistica", che l'Accademia della Crusca aveva proposto di sostituire il termine barbaro "frac" con "marsina", ritenuto vocabolo piú schietto. Ma marsina non viene dal nome del maresciallo di Francia Jean de Marsin, che indossava il frac prima ancora che fosse coniato questo termine? Ma tant'è. Scherzi della lingua.


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Si presti molta, molta attenzione all'uso corretto dell'aggettivo "salace" perché non significa - come numerose grandi "firme" del giornalismo ritengono - "arguto", "spiritoso", "pungente","ingegnoso" "mordace"e simili. L'aggettivo in questione vale "osceno", "eccitante", "scurrile", "piccante", "lascivo", "lussurioso", "libidinoso". Una prosa salace non è - come ci è capitato di leggere secondo le intenzioni di un critico letterario - una prosa "arguta", sibbene una prosa oscena, scurrile.

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