martedì 3 dicembre 2013

Il tànghero e il fesso

Non ricordiamo - onestamente - se l'argomento è già stato trattato; nel caso ci scusiamo con gli amici lettori.


La nostra lingua è ricchissima di parole omofone (che hanno il medesimo “suono”) e omografe (che si scrivono nello stesso modo) ma con significato completamente diverso. Alcune di queste parole hanno cambiato di significato nel corso dei secoli, come nel caso di cretino che ha mutato il significato originario di “cristiano” in quello di “stupido”, “sciocco”. Può sembrare irriverente ma è proprio così: in Provenza l'alpigiano era ritenuto, forse più a torto che a ragione, un “povero cristo”, un “crétin”, un “povero cristiano”, talmente sempliciotto da essere considerato uno scemo, uno stupido. La voce “cretino”, dunque, nell'accezione a tutti nota, non è schiettamente italiana ma francese.
Diverso è il caso di fesso, con due significati ben distinti. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: “rotto”, crepato per il lungo” (un vaso fesso, cioè rotto); “imbecille”, “stupido”. Che relazione intercorre tra l'imbecillità e la rottura, visto che il termine ‘fesso' presenta queste due accezioni? Apparentemente nessuna. Proviamo, però, a risalire all'etimologia. Nel significato di ‘rotto' fesso non è altro che il participio passato (con valore aggettivale) del verbo “fendere” (tagliare, spaccare, oppure ‘attraversare cosa fitta e folta': fendere la folla, fendere l'acqua); nel significato, invece, di ‘stupido', ‘imbecille', ‘sciocco' è voce napoletana derivata da “fessa”, cioè da vulva. Chissà perché, nell'opinione popolare, gli organi genitali sono sempre stati sinonimi di stupidità. La “fessa”, comunque, non è una piccola fessura del corpo? Ecco, quindi, la relazione che – a nostro personale parere – intercorre tra il fesso, inteso come ‘rotto' e il fesso nell'accezione di ‘stupido'.

E veniamo al tànghero, che non è la persona che balla il tango, come ci è capitato di sentire da gente “acculturata”. Un giorno, infatti, le nostre povere orecchie, anzi, correttamente, i nostri poveri orecchi, ebbero la sventura di udire questa frase: “Giulio, accendi il televisore, c'è il campionato internazionale di tango al quale partecipano tutti i migliori tàngheri”. Facemmo fatica a trattenere il sorriso per non offendere i nostri illustri ospiti. Il tànghero, con il rispettivo femminile (tànghera), chiariamolo subito, è la persona zotica, rozza, ottusa e villana: con te non si può discutere, sei proprio un tànghero! La sua origine, vale a dire l'etimologia, è sconosciuta. Il linguista Ottorino Pianigiani, però, avanza un'ipotesi che facciamo nostra: “Dal barb. latino ‘tànganum che corrisponde con l'antico francese ‘tangre', ostinato, resistente, affine al verbo francese ‘tangoner', stringere, e al modello tedesco ‘Zange', e deriva da una radice germanica ‘Tahn-', tener saldo, tener fermo (…)”. Il tànghero potremmo dire che è la persona “ferma sulle proprie posizioni”, quindi ostinata, e “tiene strette le sue idee”. 

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Sergio scrive:
Come si comporta l’avverbio interrogativo di tempo in analisi logica?
Cioè, viene classificato come semplice avverbio, oppure diventa complemento di tempo?
Es: quando vieni?
tu: sogg. sott.
vieni: predicato verbale
quando: complemento di tempo o avverbio?

linguista scrive:
A rigore sì.
Alessandro Aresti
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Che cosa significa “a rigore sí”? È avverbio? È complemento di tempo? Il linguista ha menato il can per l’aia. “Quando” è – a tutti gli effetti – un complemento di tempo.


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