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giovedì 12 settembre 2013

«Pericolo di vivere»

Riproponiamo un nostro vecchio articolo perché abbiamo notato che alcune così dette grandi firme della carta stampata e no continuano a “propinarci”, ahinoi, una smarronata (anche se siamo smentiti dai vocabolari e dagli pseudolinguisti, ma tant’è): pericolo di vita.


I lettori che ci seguono con assiduità sanno benissimo che nelle nostre noterelle grammaticali o linguistiche non risparmiamo colpi a nessuno, “grandi firme” comprese, quando notiamo che ciò che scrivono cozza contro le leggi grammaticali o il “buon senso linguistico”. La carta stampata ci ha abituato ormai, e da tempo immemorabile, a leggere delle madornali marronate, ma noi non ci stiamo e le denunciamo. Giorni fa, un quotidiano locale (che non citiamo per amor di patria) riferiva, nella cronaca cittadina, di un incidente automobilistico in cui le persone coinvolte erano tutte all'ospedale civico “in pericolo di vita”. Se fossimo al posto di quei poveretti faremmo tutti gli scongiuri possibili e immaginabili: il cronista – stando al “buon senso linguistico” – ha scritto che sussiste “il pericolo che possano vivere”, quindi, “debbono morire”. Ci spieghiamo meglio.

“Pericolo di vita” – se si conosce un pochino la madre lingua – significa “possibilità di sopravvivenza”, “pericolo di vivere”; il “rischio”, dunque, sta nel fatto che si possa vivere. Si deve dire correttamente, quindi, “pericolo di morte”, non “di vita”. Il pericolo sta nel fatto che si muoia, non che si viva. Sui tralicci dell'alta tensione i cartelli che avvertono del pericolo recitano, infatti, “pericolo di morte”, non “pericolo di vita”. O siamo in errore?

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