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giovedì 30 maggio 2013

La «stranità»






Gentilissimo e paziente dott. Raso,
la ringrazio vivamente per la tempestiva risposta alla domanda di ieri (sitofobia). Oggi ho un altro quesito da sottoporre alla sua attenzione: esiste il sostantivo “stranità”? L’insegnante di mio figlio ha corretto “stranità” in “stranezza”. Ho cercato il termine in tutti i vocabolari in mio possesso: nulla. Il vocabolo non esisterebbe.
Secondo lei, “stranità” è proprio da matita blu?

Grazie in anticipo
Cordialmente
Costantino C.
Carbonia

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Cortese amico, l’insegnante di suo figlio ha ragione, il termine non è a lemma in nessun vocabolario dell’uso. Personalmente, però, e a costo di attirarmi gli strali di qualche linguista, non mi sento di condannare “stranità” (si potrebbe considerare un neologismo lessicale) essendo un vocabolo formato con l’aggettivo “strano” e il suffisso “-ità”, che, cito dal Treccani, è un «suffisso derivativo di nomi astratti tratti da aggettivi. La forma che ha subito la sincope è limitata ad alcune voci tradizionali con temi che terminano in l, n, (bontà, umiltà); più diffusa e ancora vitale oggi è la forma -ità: attività, brevità, capacità, felicità, umanità. Le varianti antiche sono -tate, -tade, da cui quelle moderne sono sorte per apocope».
 Se da “breve” abbiamo “brevità”, dunque, non vedo perché non si possa avere “stranità” da “strano”. Per curiosità ho fatto un “giro” in rete. La voce “stranità” è immortalata in alcune pubblicazioni.

https://www.google.it/search?q=%22stranit%C3%A0%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

PS.: Da breve, per analogia con stranezza, si potrebbe avere "brevezza" (anche questo termine immortalato in alcune pubblicazioni).


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