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mercoledì 8 maggio 2013

Essere (o avere) una remora

Questo modo di dire – adoperato anche nelle varianti “farsi delle remore”, “vincere le remore”, “superare le remore”, “avere delle remore” – significa, come si sa, «essere d’impaccio», «costituire un ostacolo», «essere di freno» sia in senso fisico sia in senso morale. Quante volte diciamo, inconsciamente, “non avere delle remore, agisci come credi”, vale a dire non indugiare, non mettere un freno alle tue azioni. Bene. Qual è l’origine dell’espressione? Per la verità la questione è un po’ controversa. Alcuni, e tra questi il Pianigiani, danno al termine remora, trasportato pari pari dal latino all’italiano, lo stesso significato che aveva nella lingua originaria: ritardo, indugio, dilazione. E in questo caso si adopera, infatti, in espressioni del tipo “concedere una remora al pagamento”, “concedere una remora all’applicazione di un accordo”. Altri, invece, fanno derivare la locuzione dal nome di un pesce, della famiglia dei Teleostei, lungo circa 40 centimetri, il cui dorso presenta una specie di ventosa che gli permette di attaccarsi agli altri pesci o alle imbarcazioni ‘frenandone’ la corsa. Quest’ultimo punto, però, è solo un’antica credenza ricordata anche dal Manzoni nel suo capolavoro. Colui che ha delle remore, dunque, in senso traslato ha un “pesce” che lo induce a rallentare il movimento o a porre un freno alle sue idee.


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Un’altra perla della lingua dei grillini, che stanno infierendo sull'italico idioma, mortalmente ferito dall'itangliano.

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