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lunedì 21 gennaio 2013

La "virgoliera"

Riproponiamo un nostro articolo pubblicato sul “Cannocchiale”, qualche anno fa, perché oggi leggendo il giornale siamo rimasti scioccati nel constatare che talune “firme” ancora fanno un uso distorto della punteggiatura.


Buona parte degli operatori dell’informazione - quelli usciti dalla scuola di oggi, in modo particolare - sono completamente all’oscuro delle leggi che regolano l’uso corretto dei segni d’interpunzione: li mettono a caso. La colpa, come dicevamo, è probabilmente della scuola che ha abdicato del tutto al suo compito primario: quello di formare, anzi di "inculcare" nei giovani la cultura della lingua. Premesso che l’uso della punteggiatura - della virgola in particolare - è affidato al buon senso e al gusto di chi scrive, vi sono delle precise norme, però, che devono essere rispettate; non si possono adoperare le virgole come se fossero del sale; racchiuderle in una "virgoliera" e poi spargerle dove capita: Pasquale, (virgola) lavorava instancabilmente. Vediamo, quindi, per sommi capi e sforzandoci di non cadere nella pedanteria, l’uso corretto della virgola nel corpo della frase e del periodo. La virgola, innanzi tutto, viene - come il solito - dal latino "virgula", diminutivo di "verga", vale a dire "bastoncino" in quanto gli amanuensi (la stampa non era stata ancora inventata) la rappresentavano con una lineetta segnata obliquamente e stava a indicare (e indica tuttora) una brevissima pausa. Questa "pausa" (la virgola) deve essere segnata obbligatoriamente (in questi casi, quindi, non c’entra il gusto di chi scrive):

a. nelle enumerazioni e negli elenchi per dividere aggettivi, nomi e avverbi indicati l’uno dopo l’altro: erano presenti tuo padre, tuo cugino Luciano, tua cognata Marta;

b. prima e dopo il vocativo: per cortesia, amici, un po’ di silenzio!

c. prima e dopo i complementi che sono spostati nell’ordine naturale della proposizione: riportò tutto, con la massima sincerità, ai suoi diretti superiori;

d. per separare le proposizioni coordinate per "asindeto" (vale a dire con una virgola, per l’appunto): entrò come una furia, ci insultò, ci picchiò, e se ne andò.

A questo proposito è giunto il momento di sfatare un "pregiudizio" - duro a morire - che alcuni insegnanti (sostenuti da "sacri testi" non degni di circolare "a piede libero" nelle scuole) inculcano nei loro allievi: prima e dopo la congiunzione "e" non si deve mettere la virgola. Costoro - e i loro accoliti - gentili amici, bestemmiano! Come bestemmiano tutti coloro che non accentano - altro "pregiudizio scolastico" - il pronome sé quando è seguito da stesso o medesimo. Ma non divaghiamo e torniamo alla congiunzione "e" che accetta o respinge la virgola a seconda dei casi. È necessario distinguere, infatti, la funzione della "e". Se questa, cioè la "e", ha valore di copula, vale a dire di congiunzione vera e propria, rifiuta categoricamente - e la cosa ci sembra ovvia - la virgola: vino, pasta e carne. Se la "e", invece, è un semplice rafforzativo ‘accetta’ la virgola in quanto quest’ultima dà alla frase una certa enfasi: e viene, e ritorna, e riparte; e tre, e quattro, e cinque! Per concludere: la congiunzione "e" non respinge la virgola "a priori".





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