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domenica 23 settembre 2012

Metamorfosi linguistiche

Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che i mutamenti all’interno di una lingua sono numerosi e rapidissimi finché questa è solo parlata; diventano, invece, piú rari e piú lenti – e forse pochi lo sanno - allorché comincia a essere adoperata per la scrittura di opere letterarie in quanto la forma scritta è sempre un fattore di stabilità: gli scrittori sono piú ‘conservatori’ e meno esposti alle influenze esterne e agli ‘umori’ momentanei dei ‘progressisti’, cioè dei parlanti i quali sono sempre pronti a inventare e a improvvisare alla bisogna la loro lingua momento per momento. Gli scrittori, insomma, al contrario del popolo, prima di accogliere nel loro linguaggio un vocabolo nuovo ‘ci pensano sú’. La lingua, però – si sa – è in continua evoluzione e gli scrittori, ‘obtorto collo’, devono sottostare a questo dato di fatto. Il nostro idioma, dunque, raggiunse l’assetto stabile di lingua scritta tra il XIII e il XIV secolo, quando si affermarono tre grandi scrittori toscani: Dante, Boccaccio e Petrarca. Da allora, la “lingua del popolo” parlata in Toscana, particolarmente nella città di Firenze, fu accettata – non senza contrasti e dispute che si trascinarono per secoli – come l’unica vera lingua nazionale. Un dialetto, insomma, grazie agli scrittori su menzionati, assurse a lingua adoperata in tutto lo Stivale. Occorre dire, però, che la stabilità di una lingua, anche quando viene scritta, è sempre relativa e a questa ‘legge’ non è sfuggito l’italico idioma che, in oltre otto secoli di vita, ha subito numerose metamorfosi di cui ci rendiamo conto leggendo le opere degli scrittori antichi e moderni. Queste metamorfosi continuano ancora oggi, perché i parlanti subiscono le influenze della moda e degli avvenimenti: in questi ultimi tempi, con lo sviluppo vorticoso dei massinforma (mezzi di comunicazione di massa), le mutazioni si sono fatte piú frequenti. Queste metamorfosi riguardano, particolarmente, la morfologia, il lessico, la sintassi. Da quando è nata la lingua italiana a oggi, insomma, questi mutamenti sono sotto gli occhi di tutti. Poiché l’argomento è molto vasto ci occuperemo – sia pure per sommi capi – solo dei mutamenti che si sono avuti nel lessico. Con questo termine si indica l’insieme di vocaboli antichi e recenti che costituiscono una lingua e questo ‘patrimonio linguistico’ viene continuamente ‘avvicendato’ per l’introduzione di parole nuove, per la morte di altre (parole in disuso) e per il cambiamento di significato di altre ancora. Vediamo, sommariamente, questi singoli fenomeni linguistici o “metamorfosi linguistiche”: 1) Nascita dei vocaboli. Molte parole entrano nella nostra lingua, cioè nel nostro lessico, per l’influenza delle lingue straniere o per la necessità di inventare nuovi termini in seguito a scoperte scientifiche o a nuove istituzioni come, per esempio, la ‘radio’, entrata nella lingua quando fu inventato l’apparecchio per la trasmissione e la ricezione dei suoni attraverso lo spazio; il ‘caffè’, accolto nel nostro idioma nel secolo XVII, quando venne introdotto l’uso di questa bevanda, o il ‘socialismo’, il cui ingresso nel nostro patrimonio linguistico avvenne quando furono elaborati i primi concetti dell’ideologia e cominciarono le prime lotte della classe operaia; 2) morte di parole (termini in disuso). Molte parole cadono in disuso in quanto non piú necessarie o soppiantate da altre che hanno avuto maggior fortuna. Vediamone alcune: ‘fantesca’, ‘sirocchia’ (soppiantata da ‘sorella’), ‘messere’ (‘signore’ ha avuto la meglio), ‘speme’ (speranza), ‘dottanza’, sostantivo in uso nel Trecento per ‘timore’, ‘paura’, ‘allotta’ (‘allora’ ha avuto il sopravvento); 3) cambiamenti di significato. Molti termini cambiano di significato perché mutano le istituzioni e i costumi o per cause che sfuggono agli stessi studiosi di fenomeni linguistici; tra queste abbiamo: ‘frate’, che in origine significava ‘fratello’, poi mutò il suo significato in “appartenente a una confraternita religiosa”, ‘pelago’, che originariamente significava ‘mare’, come in latino, ma oggi è adoperato solo in senso figurato, ‘galera’, indicava un tipo di imbarcazione (galea) i cui rematori erano dei condannati al carcere, prese l’accezione odierna di prigione e decadde come termine nautico.

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