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sabato 18 agosto 2012

Pulcelloni





Riproponiamo un nostro vecchio intervento sul significato e l'origine di un vocabolo relegato nella soffitta della lingua: pulcelloni. Il termine ci è stato richiesto da un gentile blogghista che non desidera 'comparire'.

È un vero peccato che i vocabolari abbiano relegato nella soffitta della lingua il termine “pulcelloni”, uno degli avverbi in “-oni” che la storia della lingua ha condannato come desueti. I sopravvissuti sono “bocconi”, “carponi”, “tentoni”, “cavalcioni”, “ginocchioni”, “penzoloni” e pochissimi altri adoperati, però, in modo errato facendoli precedere dalla preposizione “a”: a cavalcioni. Gli avverbi, sarà utile ricordarlo, non hanno alcun bisogno di essere “sorretti” dalle preposizioni; nessuno dice, infatti, “a lentamente”. Perché, dunque, dobbiamo sentire una bestemmia linguistica come “a tentoni”, “a cavalcioni” e via dicendo? Ma non divaghiamo e torniamo a pulcelloni, che anticamente si riferiva all’amaro tempo (oggi, fortunatamente, non è piú cosí) del nubilato: quella donna ha vissuto tutta la vita pulcelloni, vale a dire senza marito. È veramente un peccato che la lingua “moderna” abbia messo in soffitta alcuni avverbi in “-oni” considerandoli superati dal tempo e abbia privilegiato i termini stranieri che, a nostro avviso, inquinano in modo considerevole il nostro idioma. Si dirà: la lingua, come tutte le cose, invecchia e occorre dare spazio a vocaboli “nuovi”. Giustissimo, ben vengano i nuovi termini, purché siano italiani, non barbari. Che bisogno c’è, infatti, di dire che quella donna vive “single” quando avevamo un avverbio o, se preferite, un vocabolo “tutto italiano” che rendeva perfettamente l’idea della donna non sposata, “pulcelloni”, appunto? Ma tant’è. Arrendiamoci pure al “progresso linguistico” ma condanniamo il barbarismo dilagante. È assurdo il dover constatare il fatto che molti giovani di oggi (ma non solo essi) conoscano perfettamente la lingua di Albione e restino “atterriti” davanti a parole (italianissime) come “sdraioni”, “gironi”, “brancoloni”, “sdondoloni”, tutti avverbi - come il citato pulcelloni - che un tempo esprimevano magnificamente il concetto ritenuto “sorpassato” dai compilatori dei vocabolari, che privilegiano - lo ripetiamo - il linguaggio barbaro alla madre lingua. Non crediamo di bestemmiare se sosteniamo che anche essi - per la parte che loro compete - sono responsabili dell’impoverimento della nostra lingua. E a proposito di pulcelloni - che etimologicamente viene da “pulcella” (fanciulla) - sentite quanto scrive il trecentista Donato Velluti (“Cronica domestica”): “...Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono; stettono un gran tempo pulcelloni, con isperanza di marito...”. Oggi “vivere pulcelloni”, che significa anche “non avere alcun rapporto matrimoniale”, sembra non avere piú importanza, ma quando l’avverbio “nacque” ne aveva (e come!) tanto che fu coniata anche un’altra parola (riferita sia agli uomini sia alle donne) per indicare le persone non sposate: pinzochero (con il femminile pinzochera) termine fortunatamente non ripudiato dai vocabolari. L’etimologia della parola è incerta: forse da “bizzoco”, membro d’una setta che seguiva la regola di S. Francesco, ma vivendo da eremita. Per estensione, quindi, il termine passò a indicare tutte le persone che non erano sposate in quanto “spiritualmente” vivevano da eremita.

http://www.etimo.it/?term=pinzochero&find=Cerca

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