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venerdì 10 febbraio 2012

«Subire passivamente»






Ancora un consiglio del linguista Luciano Satta (e che noi seguiamo) a proposito del verbo “subire”. «La diffusione di questo verbo fa sí che esso venga usato anche a sproposito. “Subire” indica il ricevere, o il sottostare a, qualcosa di sfavorevole, avverso. Spesso si leggono invece frasi come: “La produzione ‘ha subíto’ un confortante rilancio”. Corollario: dato il significato passivo di “subire”, non si scriva “subire passivamente”, che è ridondanza».

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Dar del fieno alle oche

Questo modo di dire ha lo stesso significato
dell’altro, forse piú conosciuto, “portar vasi a
Samo”, vale a dire fare una cosa inutile, perdere
solamente del tempo che potrebbe essere impiegato
in attività redditizie. L’isola greca di Samo,
nell’Egeo, nell’antichità era famosissima per i
suoi vasi di ceramica verniciati di un rosso lucido,
i “vasa samia”, lavorati magistralmente dagli
artigiani che li esportavano in tutto il mondo
allora conosciuto. Chi portava vasi a Samo
faceva, quindi, una cosa “perfettamente inutile”.
Come coloro che danno del fieno alle oche le
quali non mangiano erbe secche: si fa presto a
darglielo, ma si butta via il tempo, tanto è vero
che l’espressione ha assunto anche il significato
di “gingillarsi”, “trastullarsi”. Giovanni Ghelardini,
nel supplemento al suo vocabolario, alla
voce in oggetto (vale a dire al motto “dar del fieno
alle oche”, ndr) spiega: “Fare cosa di nessuna
difficoltà, cose da non richiedere né ingegno né
coraggio, siccome è di fatto il dare il fieno alle
oche: e cita il solo esempio dell’Aretino in ‘Rime
Burlesche’ (3.33) - ‘ch’altro è saper dare all’oche
il fieno’. E altro è tracannar l’acqua del legno;
e altro è lo scarcare un corpo pieno’ ”. Con significato
affine le espressioni, ‘piú moderne’,
“portare acqua in mare”; “portare coccodrilli in
Egitto”; “portar frasconi a Vallombrosa” (particolarmente
in uso in Toscana, essendo un luogo
ricco di boschi); “portar pietre alla muriccia” (la
‘muriccia’ è un monte di pietre, un muro a secco
che si trova, spesso, in mezzo a un campo).


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La gravèdine

Molte persone, in questi giorni invernali, sono affette da “gravèdine”, termine, purtroppo, non attestato dalla totalità (?) dei comuni dizionari dell’uso. Ci piacerebbe, invece, che i lessicografi lo prendessero in considerazione. Ma non divaghiamo. Che cosa è, dunque, questa “gravèdine”? È un sinonimo di “coriza” (o corizza) e indica il comune raffreddore. Leggiamo dal “Treccani”: «còriza (o còrizza) s. f. [dal lat. tardo coryza, gr. κόρυζα]. –
1. In medicina, stato irritativo catarrale della mucosa nasale, prodotto da virus varî sotto l’influenza di condizioni occasionali (squilibrî di temperatura, di pressione barometrica, umidità, ecc.); corrisponde a raffreddore del linguaggio comune».

Per l'etimologia di "corizza" si clicchi su:
http://www.etimo.it/?cmd=id&id=4598&md=2e2bb4002d40a4e4c0a414cee4b43ab5

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