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lunedì 17 maggio 2010

Il passato sigmatico


Da un sondaggio svolto tra parenti, amici e conoscenti - scelti tra le persone non sprovvedute sotto il profilo linguistico - abbiamo notato, con immenso stupore, il fatto che nessuno ha mai sentito parlare del “passato o perfetto sigmatico”. Siamo rimasti stupiti, ma... sotto sotto ce lo aspettavamo perché è uno di quegli argomenti che le grammatiche ignorano o riservano - quando lo trattano - ai soli addetti ai lavori. Ciò è un male, perché la lingua è di tutti e tutti devono avere l’opportunità di conoscerne i “segreti” al fine di migliorare, ciascuno, la propria “conoscenza glottologia”. Cos’è, dunque, questo “perfetto sigmatico”? Diciamo subito, a scanso di equivoci, che non ha nulla in comune - se non la parte etimologica - con il “sigmatismo”, cosí chiamato in medicina il difetto che alcuni mettono in evidenza nel pronunciare la consonante “S”. Il passato o perfetto sigmatico - dalla lettera “sigma” dell’alfabeto greco corrispondente alla nostra “S” - è un tempo (il passato remoto) dei verbi irregolari in cui la prima persona singolare termina in “si”. Di questi verbi, parte si rifanno al latino come “misi”; parte sono frutto di analogie latino-volgari, come “risposi”, coniato sul modello del latino volgare “responsi” in luogo del classico “respondi”, per attrazione del supino “responsum” (il “responso” non vi dice nulla?); parte ancora per assimilazioni delle consonanti, come nel caso di “dissi”, dal latino “dixi” in cui la consonante “X” è stata assimilata dalla “S”. E sempre a proposito del perfetto sigmatico , riteniamo utile ricordare che il passato remoto “apparsi” è desueto ma non scorretto, come abbiamo avuto occasione di sentire da alcuni soloni della lingua. Come pure non sono errate le forme “apparii”, “apparí” e “apparirono”, adoperate da Giovanni Pascoli (un “pennivendolo”?): “Bianca bianca nel tacito tumulto / una casa apparí sparí d’un tratto” (“Il lampo”, 4-5).

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